A cura di Mario Bronzino

Guido Mallamace

Dal 1/08/2025 al 31/08/2025

Se provassimo a visionare mentalmente una mappa ideale in cui i vicoli, le strade e i ponti, smettano di esistere, non collegando fisicamente più nessun centro abitativo con un altro, ciò che ne verrebbe fuori sarebbe l’immagine di tanti blocchi visti dall’altro, isolati tra di loro, sparsi su un territorio come nei sulla pelle, con forme e dimensioni diverse, con confini più o meno nitidi dettati esclusivamente dalle porzioni di territorio occupate. Spazi che automaticamente rifletterebbero il senso intrinseco della vicinanza e della lontananza, sui quali, nuovamente, si tornerebbe ad immaginare linee di contatto – o di allontanamento – rette o frastagliate, strette o larghe, ma ad ogni modo portatrici del valore di prossimità.

Provando a sostituire queste linee fisiche con linee di collegamento generate dalla direzione dello sguardo che ciascun individuo possa dirigere verso un altro, ciò che idealmente si otterrebbe sarebbe una rete pressoché infinita ed estremamente fitta di nodi, intersezioni e punti di contatto, in grado di rovesciare in modo assoluto il senso di confine e di prossimità. I centri abitati, nella costituzione in cui li conosciamo, sarebbero frutto degli sguardi, annullando le caratteristiche perimetrali ed emarginanti tipiche di qualsiasi luogo, producendo di fatto un luogo espanso e diffuso anche oltre i confini naturali e risemantizzando il concetto di comunità ristretta in direzione di una comunità diffusa.

Interessato alle modalità di lettura della società e in particolar modo delle piccole comunità e delle loro dinamiche e tradizioni, Guido Mallamace dà forma a My neighbour’s eyes, un progetto fotografico nato durante il suo periodo di residenza a Paola, comune in provincia di Cosenza, dove ha potuto frequentare e raccontare gli abitanti del quartiere Cancello. Attraverso la fotografia Mallamace ritrae in modo semplice e sincero i volti di coloro che animano il quartiere, ricostruendo una comunità compatta pregna di socialità. Ciò che inevitabilmente la fotografia di Mallamace ricostruisce è un’illusoria familiarità allargata, segnata non soltanto dagli occhi dei suoi membri, ma anche da dettagli e oggetti ritrovati che consolidano la narrazione di questo luogo.
Seppur originario di Cosenza, Mallamace sceglie di risiedere, ovvero di attivare la residenza come metodologia artistica in un contesto a lui vicino, in quanto tale pratica artistica offre potenzialità di rilettura territoriale e di attivazione comunitaria, che nell’esperienza del fotografo si rivela indispensabile per abbattere le possibili distanze territoriali e socio-culturali, spesso presenti già all’interno del contesto con cui ci si confronta e codificare nuove forme di prossimità. In tal senso Mallamace proietta le fotografie di uomini, donne e bambini per le strade del quartiere, incrociando gli sguardi di ogni singolo abitante, al fine di tessere una rete che si diffonde verso i luoghi di ritrovo.

Seppur il display e le modalità siano quelle dell’arte, nella residenza di Mallamace non vi è una finalità comunemente associata all’ideale artistico, bensì l’impegno di raccontare presenze e memorie collettive attraverso visioni alternative che abbattano confini e lontananza territoriali e socio-culturali, in cui gli occhi del vicino, diventano un pretesto affettuoso per narrare la storia di ciascun altro.

La sua ricerca si è mossa all’interno di un percorso più ampio, in cui l’artista ha lavorato con materiali fragili e dimenticati per costruire archivi precari e intimi del presente. Opere che resistono alla logica della conservazione attraverso la pratica dell’attenzione, che interrogano la nostra capacità di sostare nel transitorio e di restituire dignità al resto, al rifiutato, al rimosso. In filigrana, si rivela una riflessione più ampia sulla rimozione della morte dalla coscienza collettiva.

Attraverso un approccio installativo e site-specific, intrecciato a una riflessione antropologica e paesologica, Neri ha seguito la trama sottile del tempo non lineare che abita i luoghi della commemorazione, ma non solo. L’acqua del fiume Busento che scorre lenta, l’ambiente silenzioso e rarefatto di una serra di crisantemi a Gioia Tauro, le stoffe logore disposte sui banchi dei mercati paolani: tutto concorre a disegnare una cartografia della sparizione, una poetica dell’effimero e della soglia.

In un’epoca segnata dall’eccesso di esposizione e dalla pressione produttiva, la residenza si è configurata come un atto di rallentamento e resistenza, un invito a sostare nella vulnerabilità delle cose. Neri non ha rappresentato il territorio, ma lo ha attraversato con leggerezza: ascoltandolo, lo ha abitato provvisoriamente stabilendo relazioni non proprietarie ma porose, attraversabili, fertili, fluide. Lì, dove la memoria si fa detrito e i gesti si ripetono come liturgie senza spettatori, si è aperto un varco lieve, come ciò che scompare.

Mario Bronzino

Paola, Italia -
Osservatoriomaree

Guido Mallamace

Guido Mallamace, nato a Cosenza nel 1997, si laurea in Graphic Design presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Attualmente vive a Cosenza, dove lavora come Web Designer e come fotografo. La sua ricerca fotografica è strettamente legata al territorio, con uno specifico interesse verso le dinamiche socio-culturali e sul riflesso che queste hanno sul piano paesaggistico. Il Sud Italia diventa lo sfondo su cui si muove una ricerca impegnata alla ricostruzione di mappe intime fatte di coralità, in cui le stratificazioni rituali e della quotidianità incidono sui piani contraddittori della bellezza. L’approccio reportagistico di Mallamace restituisce uno sguardo critico e affettivo su condizioni sfuggenti, ricostruendo memorie collettive, tensioni invisibili e narrazioni resistenti alla condizione di marginalità territoriale, interrogando fotograficamente i substrati non raccontati di un Sud estremamente vicino e vivo.

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