Ritualità e crisi della presenza: il mito come linguaggio per la sopravvivenza

Da quando l’essere umano iniziò a deporre nel grembo della terra le sue semenze, nacque in sé la necessità di cooperare con la vita nascosta nell’oscurità, di comprenderne i misteri e di propiziarne la nascita. Così vi fu la necessità di sviluppare un linguaggio simbolico, alimentato dalla speranza di entrare in simbiosi con la forza generatrice del suolo, la cui sorte, spesso imperscrutabile, decideva le sorti ultime dell’esistenza sotterranea.

L’urgenza di comunicare con la Terra si radicò forse spontaneamente, quando gli strumenti di lavoro come prolungamenti del corpo umano, penetravano le sue viscere, e la fatica diventava sacrificio di vita. La risposta della terra, la nascita della vita stessa, richiedeva tempo, stagioni, cicli, imprevedibilità.

Unirsi alla terra, fondersi con il sedimento, cercare nella divinazione un legame tra cielo e suolo: tutto questo divenne la più autentica espressione rituale, un modo per placare l’ostilità di una natura che rifletteva l’inquietudine e la sofferenza di chi la abitava.

Desidero soffermarmi su alcune manifestazioni della Lucania, evocando immagini che anticipino l’orizzonte di una terra e di una cultura a me care, verso cui volgerò lo sguardo.

[…] Terra di mamme grasse, di padri scuri

e lustri come scheletri, piena di galli

e di cani, di boschi e di calcare, terra

magra dove il grano cresce a stento

e il vino non è squillante

e l’uliva ha il gusto dell’oblio,

il sapore del pianto.

In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,

gli alberi respirano con un palpito inconsueto;

le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.

Cumuli di macerie restano intatte per secoli:

nessuno rivolta una pietra per non inorridire.

Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico. […]

Ho scelto questo stralcio della poesia di Leonardo Sinisgalli perché coglie un tempo che ancora oggi sembra essersi fermato così, un silenzio penetrante, dove il dolore si presenta in tutte le cose, incapace di raggiungere la redenzione. Un silenzio avvolto nel mistero, nel primitivo e nella miseria, che trova nel mito la propria via di liberazione. 

Ci sono testimonianze nello specifico appartenenti alla cultura greca e romana, che ancora ci parlano da remoto di numerosi rituali tuttora celebrati. Ad oggi, ciò che rimane del passato è stato tramandato dalla società contadina e pastorale che, abbandonata e invisibile alla storia, affidava la propria speranza all’attesa, alla devozione, alla ritualità.

I ritmi difficoltosi segnati da una vita volta quasi unicamente alla fatica, rivolgevano la loro attenzione alle lente meccaniche della Natura. Propiziare la terra e tracciare una profonda connessione diventava sempre più un’esigenza per la sopravvivenza collettiva. Questo indissolubile legame, ormai radicato da tempi mitici, riaffiora nelle celebrazioni del Carnevale e dei Riti Arborei.

I riti invernali segnano la morte della terra, ferita dal gelo e dalla precarietà del lavoro agropastorale. Attraverso le maschere e le invocazioni, si cerca di respingere il male e di chiamare a sé spiriti benevoli, custodi del raccolto e del bestiame. Alla morte segue la rinascita e con la fertile stagione primaverile si apre la celebrazione dei riti arborei. 

La società in queste manifestazioni riporta l’immagine del mondo naturale e animale attraverso la lettura e rielaborazione di antichi miti e leggende. La cultura popolare esprime in maniera anche inconsapevole la ciclicità dell’esistenza. Il carnevale rappresenta una risorsa per abitare il presente e, attraverso il dispositivo della maschera, rende pensabili le transizioni più difficili della vita. In un mondo percepito come sospeso e attraversato da una presenza demoniaca -onnipresente e opprimente-, la possibilità di respingere simbolicamente questa minaccia rafforzava il sentimento collettivo e il senso di sicurezza, sia psicologica che culturale.

Dopo aver aperto uno spiraglio generale e interpretativo, sul piano socio-culturale, su ciò che viene esperito e simbolicamente elaborato nelle celebrazioni rituali, intendo proporre una panoramica sintetica ma quanto più possibile densa, soffermando l’attenzione su alcuni luoghi con i rispettivi fenomeni a essi connessi, che a mio avviso si configurano come emblematici per entrare nel vivo e comprendere le dinamiche antropologiche ed etnografiche inscrivibili nella trama della cultura popolare lucana.

Aliano

Come spiega Carlo Levi, gli abitanti di Aliano, vivevano in una sorta di stato-natura, tipica di un mondo chiuso alla Storia. Questa libertà è conciliabile con un tempo primordiale, escluso dalla civiltà cristiana, a metà strada tra umanità e animalità. Levi ce lo ricorda così all’inizio del Cristo si è fermato a Eboli: 

[…] Noi non siamo cristiani, – essi dicono -, Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancor meno che le bestie, i fruschi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica. Perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dell’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. […]

Loro stessi, si autodefinivano bestie, ancor più indifesi si identificavano come i piccoli degli animali, quelli che non servivano neanche a lavorare nei campi. Questa testimonianza aiuta a comprendere la straziante condizione dell’essere umano nel sentirsi parte di un altro corpo, quello della bestia. Con essa si viveva in simbiosi specialmente durante i lunghi periodi di transumanza, di lontananza e isolamento dalla civiltà, dove anche il linguaggio e il gesto umano si facevano mutevoli per entrare in comunicazione con l’animale. Il figurarsi animale, porta l’esigenza di esorcizzare questa condizione attraverso il mezzo della maschera. Il pastore temendo una possessione da parte delle bestie, ha tentato di scacciare il rischio, trasformando il mostruoso in maschera carnevalesca. Queste, modellate con la stessa terra argillosa, arida, faticosa e intrisa di memoria, rievocano creature demoniache, i cui tratti bestiali e perturbanti vengono attenuati dai “cappelloni” colorati che ne adornano il capo, cercando di proporre il terrore sotto forma giocosa e ritualizzata.

Tricarico

Anche a Tricarico, come ad Aliano, la metamorfosi è rappresentata da schemi e comportamenti arcaici, tipici della transumanza. La maggior parte delle maschere è prevalentemente composta da vacche e la presenza del toro è in numero inferiore, così come avviene durante il periodo transumanza. Attraverso il ritmo dei campanacci la mandria si libera in movenze che trasportano l’immagine dell’essere umano in una dimensione ancestrale. 

Un rumore di festa primitiva entrava nelle viscere come un richiamo infinitamente remoto.
Rocco Scotellaro

Qui le maschere si differenziano per colore tra toro e vacca, entrambe portano un copricapo che si conclude sul viso con un velo decorato che ricorda il tipico velo nuziale e al tempo stesso si presenta come un confine tra il mondo reale e il contatto con un mondo invisibile, fatto di stati di possessione e di presenze interiori. Nel caso della vacca il copricapo è colorato e il velo è bianco, nel caso del toro questi due elementi sono neri. Dal copricapo discendono numerosi nastrini che corrono lungo l’intero corpo. Questi, agitandosi come scacciadiavoli, assieme al risuonare delle campane, lasciano allontanare via, assieme all’anno che muore, ciò che è dannoso. Durante i momenti di processione vengono enfatizzati comportamenti come quello della monta tra gli animali che è espressione di desiderio e speranza rivolti alla fertilità e alla vita dei campi, degli animali e degli stessi esseri umani. 

Cirigliano

A Cirigliano abbiamo l’esempio di una rappresentazione che si rifà ai tempi lavorativi, ai cicli dell’anno e alle stagioni. E così la comunità si veste nell’immagine dei mesi dell’anno e delle stagioni simboleggiando i frutti della terra e le operazioni volte al sacrificio per ottenerli. Il tempo festivo del Carnevale, porta con sé la morte della fatica e inneggia all’attesa della rigogliosa primavera. I dodici figuranti che personificano i mesi indossano costumi paesani, ai quali si aggiungono simboli e attrezzi attinenti alle caratteristiche climatiche e alle pratiche lavorative di ciascun mese. La figura che guida il gruppo è simboleggiata da Capodanno (bisogna ricordare che nell’antica Roma l’anno iniziava a marzo e dunque febbraio, mese di celebrazione del Carnevale, era per tradizione una festa di Capodanno). Il culmine si raggiunge in un momento che diventa puro atto teatrale. Si recitano poesie, storie e narrazioni che conservano il temuto dramma quotidiano, trasferito ed esorcizzato con ironia, il tutto accompagnato da gesti e comportamenti che alludono al sesso, propiziatori per la fecondità della terra. Ecco alcuni dei versi dai mesi dell’anno:

Gennaio
Io sono gennaio di prima entrata
vengo vi devo portare danno e fracasso.
Per le molte nevi che ci sono state
e per i geli che vi ho portato,
devo far piangere anche le pietre della strada.
In questo mese vengono giorni amari,
devo far morire le pecore e piangere il massaro.
Esci tu febbraio, febbraio che sei il più corto di tutti quanti,
mentre il valore tuo ancora non è.

Febbraio
Non mi sfacciare tanto amico mio gennaio,
bensì che son febbraio, ma non lo cedo a te.
Per quanto sono corto ma sempre gagliardo e forte,
ogni gelata è cruda, il tempo tuo non è.
Io son febbraio e in questo mese ogni erba nasce,
nasce la viola, la pecorella pasce,
le montagne fanno alto e basso,
i cardellini cantano a core a core,
statevi bene, miei cari signori.

In queste strofe, che diventano dialoghi tra i mesi e le stagioni, si manifesta l’impronta di una comunità che aspira a liberarsi dalle avversità che dominano le loro esistenze. 

Esse incarnano lo stesso elemento primordiale che distrugge e rigenera, tentando al contempo di allontanarlo e di riconoscerne l’entità. In questo gesto si cela una scelta esistenziale di sopravvivenza: sovvertire l’ordinario attraverso il simbolo, per identificarsi con quella stessa forza cosmica che permea il mondo, che sfugge a ogni dominio, e in cui si riflette il mistero stesso della vita. 

Satriano della Lucania

A differenza di altri carnevali, ereditati dai Saturnali romani, a Satriano di Lucania è legata una tradizione figlia dei riti arborei celebrati nel resto della Basilicata.  Enzo Spera nel suo periodo di ricerca sul campo, ci presenta tre delle principali maschere che compongono il corteo: il romito, l’orso e la vedova bianca. Il romito, un cespuglio vagante, completamente rivestito di tralci e foglie d’edera, silenzioso percorre i boschi attorno al centro abitato, per poi giungere in paese. Come un vero e proprio organo vegetale vagante, bussa alle porte delle case chiedendo un’offerta. Durante la questua il romito non parla, non emette suoni e nessuno può sottrarsi alla risposta dell’offerta. La tassa simbolica acquisisce un carattere espiatorio e mette in contatto l’uomo con il ciclo agrario di cui il romito è protagonista. Per quello a cui la vegetazione è stata sottratta, l’uomo nella sua consapevolezza diventa debitore. Il romito rappresenta come elemento della natura, l’uomo che resta, radicato alla terra tanto da diventare tutt’uno con essa, isolato e costretto a questuare un lavoro pur di assicurarsi un pezzo di pane. 

In opposizione, troviamo la figura dell’orso. Questo, vestito di pelli d’animale, con al piede una catena e in mano i campanacci, viene accompagnato da altre due figure nel giro di questua. Facendo irruzione nelle case con atteggiamenti aggressivi e istintivi, oltre che a ricevere l’offerta e grandi bevute di vino, porta con sé tutto ciò che di buono trova. In questo comportamento si delineano i tratti di un personaggio che figura l’emigrante rientrato; l’essere che sfoga in maniera bestiale le frustrazioni accumulate fuori dall’ambiente nativo, che dimentica e respinge i valori incarnati nella sua cultura. 

Infine, troviamo la vedova bianca, un uomo mascherato da donna, con un vestito cerimoniale, un velo che copre il volto e imbottiture che sottolineano il corpo femminile. Questa è la figura che chiude il corteo, che procede in solitudine. Rappresenta la donna dell’emigrato rimasta sola, sconsolata a cui non resta altro che un bastone di legno a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto. La vedova risalta il disagio dell’esistenza a cui la donna è sottoposta e la presenza del bastone diventa il mezzo simbolico confortante la cui forma fallica lascia intuire il legame con l’uomo. 

Realtà e precarietà esistenziale diventano la chiave interpretativa di ciascun personaggio. In questo corteo rituale, ogni figura giunge oltre la semplice rappresentazione: esse incarnano le tensioni di una comunità sospesa tra radici e lontananze, tra perdite e speranze. Con il travestimento si apre una forma simbolica volta al dolore e ai desideri inespressi, trasformando la separazione e l’incertezza del presente in un rito collettivo di memoria e resistenza. I personaggi diventano archetipi viventi di un’identità culturale che, nonostante tutto, continua a cercare senso e appartenenza al territorio. 

Riti arborei

Il torpore invernale lascia svelare il nero delle zolle, gli scheletri degli alberi, la morte dell’oscurità vinta dall’accorciarsi delle ore di luce. Si attende la rinascita, l’equinozio che ricopre di verde le vallate, il ritorno della vita primeggiata dalla luce. 

Il terrore della morte simboleggiato dall’oscurità invernale veniva in passato esorcizzato con l’adorazione degli alberi. In questo, la pratica dei riti arborei conserva ancora oggi un sentimento profondo legato al passaggio ciclico che accoglierà la rinascita primaverile. 

Un tronco e una cima innestati e innalzati si fanno immagine di un amore simbolico: l’unione tra terra e cielo. È “Il matrimonio dell’Albero”, rito di fecondità, auspicio di abbondanza, espressione di una rigenerazione materiale e spirituale della comunità personificata dalla primavera. Eliade Mircea, storico delle religioni, spiega così il mistero dell’uomo-simbolo che invoca con la sua partecipazione la resurrezione della vegetazione: 

Il cosmo è simboleggiato da un albero, la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l’opulenza, la fortuna, la salute […] sono concentrate nelle erbe e negli alberi […]. Tutto quello che è, quello che è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali. […] Si ripete l’atto primordiale della creazione cosmica. 

Ogni anno, i riti di rinascita della natura e della vita ripetono l’indissolubile connubio tra sacro e profano, rispettando ancora oggi i canoni di una tradizione atavica, che vede i suoi rimandi nelle falloforie greche e latine così come nei riti celtici e scandinavi. 

Non prima dell’800 i riti pagani con elementi orgiastici vennero “purgati” dalla Chiesa per renderli più “accettabili” e attraverso una “cristianizzazione” del culto, vennero associati alle figure dei santi patroni del paese in cui si svolgevano. Ma lo splendore che esprimono va ben oltre la religione. Per comprendere con maggiore chiarezza ciò che di questi riti è stato tramandato, possiamo rifarci alle parole di Plutarco, che offrono una testimonianza antica – ma non troppo distante dall’attuale celebrazione – dei momenti di processione dedicati alla fertilità e all’abbondanza dei raccolti: 

In testa venivano portati un’anfora piena di vino misto a miele e un ramo di vite, poi c’era un uomo che trascinava un caprone per il sacrificio, seguito da uno con un cesto di fichi e infine le vergini portavano un fallo con cui venivano irrigati i campi. 

Porterò come esempio la celebrazione del Maggio di Accettura, non per escludere le manifestazioni del rito negli altri paesi, ma perché nel corso della sua storia ha subito varie trasformazioni che racchiudono elementi comuni presenti anche in altri riti arborei in Lucania, come quelli di Rotonda, Oliveto Lucano, Castelmezzano e Pietrapertosa.

Il Maggio di Accettura, matrimonio fra i due alberi, si è nel tempo legato alla tradizione religiosa, in questo caso, avviene parallelamente alla celebrazione del santo protettore, San Giuliano. Un cerro, il più alto, il più dritto e il più bello del bosco di Montepiano, dopo essere stato scelto, verrà abbattuto il giorno di Pentecoste. 

È il Maggio. Lo sposo, che verrà ripulito e trascinato dai buoi guidati dai maggiaioli, percorrerà il lungo tragitto per arrivare in paese. La Cima, un agrifoglio tra i più belli e rigogliosi, verrà selezionata dal parco di Gallipoli Cognato e trasportata a spalle dai cimaioli fino alla piazza, dove attenderà l’arrivo del suo Maggio. Come nel più tradizionale dei matrimoni, prima di congiungersi, i futuri sposi procedono separatamente accompagnati dalle rispettive schiere di maggiaioli e cimaioli. 

L’unione tra i due alberi avviene mediante perforazione e inserimento di chiodi di legno. Una volta innestati, vengono innalzati verso il cielo, ma non completamente. Bisognerà attendere la processione con l’arrivo del Santo Patrono che celebrerà il matrimonio. Durante il percorso giovani donne trasportano sulla testa le “Cente”, complesse costruzioni (di tradizione romana) composte da candele, nastri e fiori, in segno di estrema venerazione e di ritorno della luce che porterà l’equinozio di primavera.  

Fino al 1965 alla cima, la futura sposa, erano appesi polli, capretti, conigli e agnelli, che venivano sparati, mentre pochi anni fa, veniva addobbata di targhette metalliche che diventavano bersaglio di cacciatori, intenti a buttarle giù per guadagnarsi i premi in cibarie e prelibatezze. Oggi si passa direttamente alla scalata del tronco da parte dei più arditi che si arrampicano acrobaticamente per raggiungere la sommità del Maggio. 

Nell’identificazione uomo-albero, l’essere umano è portato ad attribuire a esso un modo di esistere simile al proprio. Desiderandone il rigoglio e la moltiplicazione, egli vuole il suo sposalizio ricorrendo a un’azione che la natura non può imitare alla stessa maniera. Così in un certo senso l’uomo si sostituisce alla natura, attraverso le più grandi espressioni che può manifestare e immaginare, induce e genera alberi più alti, più forti e più vitali. 

Quale insegnamento possiamo trarre da questi rituali che hanno saputo resistere al rigore di una contemporaneità che tende ad allontanarci da un mondo mistico? Il perdurare di queste manifestazioni può costituire una risposta ancor più profonda al nostro desiderio di individuare una razionalità permanente che giustifichi la celebrazione. 

Il valore della ricerca antropologica ed etnografica ha tracciato percorso importante verso la conoscenza dei fenomeni sviluppati lungo il succedersi degli anni. L’evoluzione stessa del mito ha condotto l’essere umano verso un’incessante ricerca di verità nel simbolo, nel tentativo di attribuirgli un significato che lo trascenda. Sorge così un interrogativo essenziale che ci ricorda Claude Lévi-Strauss: è il significato a risiedere nell’uomo, o è l’uomo a vivere all’interno del significato? Questa domanda ha trasformato il nostro modo di rapportarci al mito. Spesso, guardando con troppa razionalità, ci distacchiamo dall’intensità e dal valore che esso accoglie, soffermandoci forse sulla superficie, marginalizzando la profondità dell’esperienza simbolica. 

Come ricorda Carl Jung, gli archetipi sono prodotti da un’attività psichica connessa a fattori genetici: essi nascono con l’umanità stessa, si diffondono insieme a essa, si tramandano attraverso l’eredità culturale e ci appaiono, per questo, sempre presenti e universali. I riti, che l’uomo ha elaborato e adattato nel corso del tempo, hanno costantemente contribuito a rafforzare il tessuto sociale e culturale delle comunità, diventando strumenti di coesione e riconoscimento collettivo.

Un elemento comune attraversa questi rituali – come accennato all’inizio: un dolore presente in tutte le cose, un male che possiamo considerare una presenza demoniaca. Una presenza che si manifesta come smarrimento esistenziale e che vive nell’angoscia della storia. Questa morte interiore che coincide con la sofferenza, non appartiene solo al singolo, ma a tutti. Nel momento in cui la si riconosce, la si trascende con la creazione simbolica.

Vivere collettivamente l’esperienza della maschera e della purificazione ha permesso nel tempo, di sedimentare le radici di una certezza: quella dell’identità collettiva di un territorio. Oggi, tuttavia, la nostra partecipazione si allontana progressivamente dalla sua autenticità, adattandosi ai contesti sociali ed economici della contemporaneità. Come sottolinea Ferdinando Mirizzi, nella sua stessa evoluzione, la pratica rituale si è indebolita come processo cognitivo. Immersi in una complessità frammentata, il valore simbolico del rito diviene difficile da comunicare: esso tende a trasformarsi in evento spettacolare, istituzionalizzato, rischiando di perdere la propria essenzialità. 

Per queste ragioni ritengo fondamentale valorizzare la visione demartiniana della crisi della presenza, rileggendola alla luce della nostra società contemporanea, come ricorda Goffredo Fofi:

Che ne è oggi della crisi della presenza? Nel nostro tempo attuale essa è nell’ansia, nell’angoscia e nel panico che colpisce donne e uomini, adulti e adolescenti, ma donne e uomini, sono tutti isolati e connessi. Solo che la connessione non è la relazione. È invece quel tipo di legame che sorge quando è sparito il senso di appartenenza e di comunità e può mantenersi grazie all’isolamento individuale. L’ansia, l’angoscia e il panico non hanno più a che vedere con la collettività. Sono forme di sofferenza individuali che si curano, nella solitudine. E quest’ultima ha bisogno della negazione della morte come fatto sociale e collettivo. La negazione della morte, in una società come la nostra che ha impoverito la drammaticità collettiva di quei riti di passaggio. Arriviamo a pensare che l’infelicità sia una malattia e pensiamo di curarla con i farmaci, perché abbiamo bandito l’idea che la sofferenza è una inevitabile condizione della vita e non qualcosa da negare così come si nega la morte. La stessa crisi della presenza è negata. Del resto, non abbiamo più bisogno di passato né di futuro. Possiamo vivere in un eterno felice presente alla ricerca del successo e della ricchezza.

Le parole di Fofi mettono in luce una condizione che potremmo definire come la nuova forma della crisi della presenza: un tempo in cui l’individuo, pur immerso in reti di comunicazione costanti, sperimenta un isolamento profondo, senza riscatto, indebolendo la nostra capacità di condividere il senso dell’esistenza. 

In questo scenario, il mito e il rito non sono soltanto retaggi del passato, ma dispositivi di resistenza simbolica. Non bisogna dimenticare che il territorio della Lucania – come la maggior parte del Sud – è stato a lungo uno spazio dimenticato dalla storia, abbandonato dallo Stato e dalla politica, un territorio che si è sviluppato nonostante le condizioni geologiche non assecondassero le speranze della popolazione che le ha vissute e che le vive attualmente. Una terra in cui il valore della semplicità e delle piccole cose ha saputo costruire fondamenta solide per sconfiggere mali che ancora affliggono la cultura popolare, seppur le condizioni di vita siano leggermente migliorate. Ogni frammento di vita culturale, sociale e territoriale ha contribuito alla creazione di un mondo simbolico. Recuperare il valore del rito significa oggi restituire senso alla presenza: una presenza che abita oltre l’essere umano, ma è parte integrante del territorio. In questa prospettiva la riflessione di De Martino e la lettura di Fofi ci ricordano che senza rito non esiste comunità, e senza comunità l’individuo perde la propria consistenza ontologica.

Forse, oggi, il ruolo del mito nella nostra società non è più quello di spiegare il mondo, ma di restituirci la capacità di sentirlo nella maniera più autentica, con le consapevolezze odierne che attanagliano la nostra società. Di ricordarci che l’identità non è un possesso, ma un processo da attraversare, da vivere anche nel profondo delle criticità attuali. Di comprendere una connessione ancestrale tra le profondità della Terra e del Cielo con i suoi misteri nascosti. Nel gesto spontaneo del rito – anche quando ridotto a simbolo o spettacolo – sopravvive ancora qualche desiderio: quello di appartenere a una cultura e un territorio e di riconoscersi nella fragilità comune dell’esistenza. È forse in questa nostalgia di unità che il mito continua a vivere, come un eco silenzioso in cui l’essere umano non smette mai di cercare un senso che lo abiti e che lo mantenga, ancora, dentro la vita. 

Percorso visivo realizzato da Nello Demattia durante l’immersione nei Riti Lucani

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