Le condizioni sociali dei minori nella Francia del XIX secolo: l’esclavage des enfants
Il contesto storico e l’industrializzazione, un processo lento
Nel XIX secolo la Francia stava attraversando un periodo di grandi cambiamenti economici, sociali, politici e culturali. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1814, il Congresso di Vienna restaurò la Monarchia in Francia sotto i Borbone. Tuttavia, la presenza dei re Luigi XVIII (1814-1824) e Carlo X (1824-1830) fu caratterizzata da un difficile equilibrio tra la volontà di restaurare l‘Ancien Régime e le idee napoleoniche conquistate attraverso la Rivoluzione francese. Sotto il conservatore Carlo X, vennero adottate politiche restrittive come l’Ordinanza di Saint-Cloud, la quale limitava la libertà di stampa, scioglieva il Parlamento e riservava il diritto di voto a pochi. Queste misure provocarono un diffuso malcontento, culminato nei moti del luglio 1830. La rivolta portò all’abdicazione di Carlo X e all’ascesa di Luigi Filippo d’Orléans, il quale instaurò una monarchia costituzionale sostenuta dalla borghesia liberale. La sua ascesa sembrò essere una vittoria per i principi di libertà e uguaglianza introdotti dalla Rivoluzione francese. Tuttavia, la Monarchia di luglio si reggeva su un sistema di governo oligarchico dove vi erano limitazioni nelle riforme. Nel frattempo, la Rivoluzione industriale, già avviata in Inghilterra, iniziava a diffondersi in diverse parti del mondo, tra cui in Francia. Tuttavia, il paese faticava a modernizzarsi a causa della mancanza di tecnologie e infrastrutture industriali adeguate. Difatti, esso mantenne per gran parte del XIX secolo un modello economico arcaico, basato prevalentemente sull’agricoltura e sulla piccola manifattura. Molte attività industriali francesi erano concentrate in piccole imprese locali, in particolare nel settore tessile, poiché richiedevano meno investimenti e meno rischi. Questa struttura economica penalizzava le fasce più vulnerabili della popolazione: i lavoratori manuali, le donne, costrette spesso a portare i figli sul luogo di lavoro e i bambini, privi di strumenti per ribellarsi. Le condizioni di vita dei lavoratori erano segnate da estenuanti orari di lavoro, salari bassissimi e ambienti deplorevoli. L’urbanizzazione e le precarie condizioni abitative dei lavoratori, unite ai vizi derivati dalla sofferenza (spesso descritti nella letteratura francese dell’epoca), contribuirono a creare una società segnata da disuguaglianze. I primi movimenti sociali, come la rivolta dei Canuts a Lione (i lavoratori della seta), rappresentavano un segnale importante delle tensioni sociali legate ai cam- biamenti industriali. Sebbene la ribellione dei Canuts sia stata repressa duramente dal governo di Luigi Filippo I, essa rivelò l’incapacità delle fasce popolari di adattarsi alle trasformazioni portate dall’industrializzazione.
I diritti sociali dei minori: la legge del 1841 e la sua evoluzione
In questo contesto rilevante fu la figura di Louis-René Villermé che studiò le condizioni di lavoro dei bambini durante il XIX secolo. Tra il 1835 e il 1837, Villermé, su commissione di François Guizot, condusse uno studio sullo stato fisico e morale dei lavoratori, compresi i bambini, nelle fabbriche in tutta la Francia. Questa ricerca lo condusse in varie regioni industriali come Mulhouse, Lille, Roubaix e Lione. Villermé osservò non solo le condizioni di lavoro, ma anche gli alloggi, il modo in cui si nutrivano e quanto guadagnassero. Le sue scoperte, pubblicate in Tableau de l’état physique et moral des ouvriers employés dans les manufactures de coton, de laine et de soie nel 1840, non solo mostrano l’importanza delle leggi sul lavoro minorile, ma hanno anche sostenuto con forza la necessità di un intervento governativo per migliorare la salute pubblica e le condizioni di lavoro. Cosicché, a un anno dalla pubblicazione, venne redatto il primo testo sul lavoro minorile noto come “Loi sur le travail des enfants dans la manufac- tures, usines ou ateliers”, un tentativo di presa di coscienza per quello che stava avvenendo. Tuttavia, l’industrializzazione spinse ad una visione “animalesca”, nella sua accezione negativa, e utilitarista, tale che le famiglie più povere videro i figli come una fonte di reddito.
Queste leggi, contestate dai liberali perché diverse dai principi che perseguivano, fissavano l’età minima per il lavoro a otto anni. I bambini tra gli otto e i dodici anni non potevano lavorare più di otto ore al giorno, mentre quelli tra i dodici e i sedici anni avevano un limite massimo di dodici ore. L’età doveva essere certificata da un documento ufficiale rilasciato dall’ufficio civile. Il lavoro notturno era vietato, salvo casi di emergenza, in cui i bambini di almeno tredici anni potevano essere impiegati. Ai minori di sedici anni era proibito lavorare durante le festività riconosciute dalla legge. Per lavorare, i bambini dovevano frequentare scuole pubbliche o private e possedere un libretto personale, in cui venivano registrati i loro dati anagrafici e l’orario di inizio e di fine lavoro. Ogni stabilimento doveva esporre le norme e, per garantire il rispetto della legge fu istituito un tribunale in grado di sanzionare i datori di lavoro inadempienti con multe comprese tra 15 e 500 franchi. Tuttavia, la regolamentazione inadeguata, l’interesse eco- nomico dei datori di lavoro e le pressioni sociali contribuirono a renderle inefficaci. Inoltre, esse non tennero conto di alcuni settori come quello agricolo, quello domestico ma, soprattutto, quello relativo alle miniere. A metà del XIX secolo, le miniere di Pont-Péan e Poullaouen, in Bretagna, rappresentavano una fonte vitale di lavoro per le comunità locali. In questo con- testo i figli dei lavoratori erano costretti a contribuire al sostentamento delle loro famiglie, accettando una vita di sacrifici. A Pont-Péan, su duecento lavoratori, 62 erano bambini di età compresa tra i dodici e i diciotto anni. Il loro lavoro consisteva principalmente nel lavare e macinare il minerale, un compito svolto all’aperto e descritto come “sicuro”, anche se la realtà non era propriamente questa. A Poullaouen, la situazione era simile: i piccoli lavoratori esaminavano e classificavano i frammenti di minerali. La giornata lavorativa iniziava alle 7:15 del mattino e terminava alle 18:15, con un’unica pausa di un’ora per il pasto. Il salario giornaliero variava tra 0,30 e 0,70 franchi, ben al di sotto dei franchi guadagnati dagli adulti. Questo squilibrio retributivo sottolinea quanto i bambini non venissero lontanamente considerati come esseri umani. Un aspetto ancora più drammatico era la quasi totale assenza di istruzione. I bambini erano figli di contadini che, si legge nei giornali dell’epoca, “si preoccupavano poco di procurare loro i benefici dell’insegnamento, anche elementare“, condannati a vivere ai margini della società. Un primo tentativo per conciliare lavoro e istruzione fu dato dall’apprendistato. Così come il lavoro minorile retribuito, anche l’apprendistato verrà lentamente limitato e controllato per evitare abusi. La prima legge sull’apprendistato risale al 22 febbraio 1851 ma la sua esistenza appare molto prima. Esso si configura come un contratto con il quale “un fabbricante, un direttore di officina o un operaio si impegna ad insegnare l’esercizio della sua professione ad un’altra persona, la quale si impegna, in cambio, a lavorare per lui, il tutto a norma condizioni concordate e per un tempo concordato”.
Agli importanti sviluppi legislativi che vi furono, si potrà citare la “Loi du 19 mai 1874 sur le travail des enfants et des filles mineures”. Già dal titolo si evince un significativo progresso, poiché, oltre a regolamentare il lavoro nelle miniere, nei cantieri e nelle industrie, si riconobbero le condizioni lavorative di donne e bambine. La lotta durata due anni (1872-1874) da parte di Ambroise Joubert, deputato monarchico del Maine-et-Loire, fu causata dagli interessi della maggioranza dei deputati, i quali si mostrarono contrari nell’introdurre una normativa che migliorasse le condizioni lavorative poiché esse non perseguivano gli interessi di borghesi ed industriali. Per quest’ultimi difatti, il lavoro minorile era considerato indispensabile poiché molto più economico rispetto a quello degli adulti. Questo atteggiamento rese inizialmente difficile l’approvazione della legge e mostrò come l’arricchimento di alcuni strati della popolazione prevalesse sulle necessità di protezione e giustizia.
Il testo, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 3 giugno 1874, venne diviso in sezioni: età di ammissione e durata del lavoro; lavoro notturno, domeniche e feriali; lavoro sotterraneo; istruzione primaria; sorveglianza dei bambini e polizia delle officine; ispezione; Commissione locale; Commissione suprema; penalità e disposizioni speciali. In buona sostanza, l’accesso ad alcuni di questi lavori non poteva essere imposto al di sotto dei 12 anni, tranne in caso di regolamento che lo determinasse. Un altro elemento importante fu l’orario lavorativo: fino a 12 anni, la durata del lavoro doveva essere pari a 6 ore con un riposo, mentre dopo i 12 anni non più di 12 ore con dei riposi. Per quanto riguarda il lavoro notturno, l’accesso venne esteso ai 16 anni di età. In caso di pericolo, gli ispettori potevano impiegare al lavoro notturno i bambini di età minore ai 12 anni. I ragazzi di età inferiore ai 16 anni e le ragazze di età inferiore ai 21 anni non potevano essere impiegati in nessun tipo di lavoro durante le domeniche e le festività riconosciute, per dare priorità agli obblighi religiosi. Il lavoro sotterraneo era vietato ai bambini di età inferiore ai 12 anni. Donne e bambine erano escluse da qualsiasi tipo di lavoro sotterraneo. Nessun bambino di età inferiore ai 12 anni poteva essere assunto senza un certificato di frequenza scolastica (pubblica o privata), che attestasse la frequenza di almeno due ore di lezioni nel tempo libero. Questa frequenza doveva essere inserita su un registro, compilato dall’istitutore e inviato al datore di lavoro ed aggiunto all’anagrafica rilasciata dal sindaco. Per i bambini di età inferiore ai 15 anni, era obbligatoria la certificazione gratuita di istruzione elementare primaria per lavorare più di 6 ore al giorno. I datori di lavoro dovevano registrare la data di entrata e di uscita dei bambini impiegati nello stabilimento in cui dovevano essere affissi le disposizioni della legge e i regolamenti di amministrazione pubblica. Inoltre, vennero intro- dotti i sistemi di ventilazione obbligatori per garantire condizioni salubri. Furono istituiti 15 ispettori statali, suddivisi in tre per ogni settore lavorativo. Gli ispettori dovevano redigere rap- porti annuali, vigilare sull’applicazione della legge e verificare i registri aziendali e così via. Queste leggi, nonostante le sostanziali differenze con quelle del 22 marzo 1841, non tennero conto di due settori fondamentali: quello agricolo e quello domestico. Quest’ultimo non privo di conseguenze sulla vita quotidiana dei minori. Mentre alcuni bambini lavoravano la mattina presto prima della scuola con evidenti ripercussioni sul loro percorso scolastico, altri venivano trattenuti dai genitori durante il giorno per aiutare in casa, dimostrando come l’assenteismo scolastico rappresentava una vera conseguenza del lavoro familiare.
La letteratura come strumento di denuncia
Nel corso del XX secolo lo scrittore americano Philip Roth pronunciò: “Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”. Questo aforisma, pur appartenendo ad una realtà diversa, rende giustizia a tutti quegli autori che, impugnando la penna, hanno saputo usare la scrittura come strumento di difesa e di denuncia. Nel XIX secolo, tali strumenti furono impiegati da diversi autori per evidenziare le profonde ingiustizie sociali e le sofferenze umane generate dai mutamenti economici e industriali del tempo. Tra i principali protagonisti della letteratura francese del ‘800 figurano Honoré de Balzac, Victor Hugo ed Émile Zola, scrittori che, sebbene influenzati da correnti letterarie diverse, condivisero l’intento di descrivere minuziosamente la società francese. Balzac, caposaldo del Realismo, offre nei suoi scritti un ritratto dettagliato di tutta la Francia del primo ‘800. Nella sua raccolta più celebre, La Comédie Humaine, l’autore descrive il disagio tra la classe popolare, la quale a stento riusciva ad alimentarsi, e la borghesia, che si privava di ogni spesa pur di accumulare. Attraverso personaggi emblematici come Eugénie Grandet, figlia di un noto borghese arricchitosi con i beni del clero, Balzac esplora le dinamiche dell’arricchimento borghese, portando in alto le frustrazioni e le privazioni che ne derivano. La figura dell’avaro, incarnata dal padre di Eugénie, trova un parallelo nella letteratura italiana con Verga, il quale elabora il concetto di “attaccamento alla roba”. Victor Hugo, invece, rappresenta il simbolo del Romanticismo francese e si distingue per esser stato un attivista politico e sociale. Attraverso opere note come Notre-Dame de Paris e I Miserabili, Hugo affronta temi cruciali come le disuguaglianze sociali, la povertà e le sofferenze delle classi popolari. Né I Miserabili emerge la figura di Cosette, simbolo di innocenza e speranza. Abbandonata dalla madre Fantine a una coppia di locandieri sfruttatori, i Thénardier, descritti nei modi più raccapriccianti, Cosette vive un’infanzia segnata dalla fatica e dalla privazione. Tuttavia, l’incontro con Jean Valjean, presso la fontana alla quale è costretta ad andare per prendere l’acqua alla famiglia, diventa per lei una figura simile alla Provvidenza e simboleggia la speranza di un cambiamento. Hugo, consapevole del ruolo sociale dello scrittore, si autodefinì portavoce dell’umanità avente come obiettivo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ingiustizie del suo tempo. Infine, Émile Zola, teorico del Naturalismo, si dedica a un’analisi approfondita delle condizioni sociali ed economiche del Secondo Impero francese. Nella sua raccolta I Rougon-Macquart, composta da venti romanzi pubblicati tra il 1871 e il 1888, Zola descrive una “storia naturale e sociale” di una famiglia, mostrando quale fosse l’impatto delle trasformazioni economiche sull’esistenza umana durante il Secondo Impero. In Germinale, uno dei suoi capolavori, Zola concentra l’attenzione sulle condizioni degradanti dei minatori, incarnate dalla famiglia Maheude. I Maheude vivono in case operaie così piccole da far in modo che i figli dormano distribuiti l’uno a fianco all’altro lavorando in miniere, descritte come luoghi infernali, impregnati di freddo, oscurità e odore di morte. Anche i bambini sono coinvolti in questo ciclo di sfruttamento, costretti a lavorare per contribuire al reddito familiare a scapito della loro infanzia e salute. La narrazione dell’opera, colma di pessimismo, riflette lo spirito darwiniano dell’epoca secondo cui, non solo la lotta per la sopravvivenza sembri dominare ogni aspetto della vita bensì di come il più forte prevalga sul più debole. Tuttavia, l’autore lascia intravedere una speranza nella possibilità di una rivoluzione del proletariato, guidata dall’unità pacifica dei lavoratori. La speranza di Zola si cristallizza nel simbolismo del “sole di Germinale”, metafora del riscatto e della giustizia sociale.
Conclusione
L’elaborato mostra come l’industrializzazione in Francia si sia sviluppata in un contesto di grandi cambiamenti politici, economici, sociali e culturali. Essa ha portato l’uomo ad essere trattato come una merce: è il caso delle classi popolari, le quali, non essendo riuscite a adattarsi ai mutamenti, sono state inesorabilmente travolte dalla “fiumara del progresso”. Fra questi, i minori privi di strumenti educativi e di mezzi per potersi ribellare. Il XIX secolo però, si compone di un’evoluzione della legislazione sociale. In particolare, sotto il re Luigi Filippo I, vengono introdotte le prime leggi sul lavoro minorile, le quali rappresenteranno un fallimento a causa della loro debolezza strutturale e istituzionale. Malgrado i repentini cambi di governo, il secolo vedrà delle evoluzioni in materia di diritti sociali. Tuttavia, le leggi del 19 maggio 1874, sebbene pongano le basi per quelli che saranno gli scenari europei in tema di legislazione sul lavoro minorile, regolamenteranno alcuni lavori ma ne dimenticheranno altri. In sintesi, lo studio della legislazione sociale ha permesso di comprendere come il XIX secolo sia stato ricco di grandi difficoltà e contraddizioni, ma ha lasciato anche la consapevolezza di quanto l’individuo oggi dia per scontato diritti che, in altre epoche, sono stati faticosamente conquistati, mentre la grandiosità della letteratura ha rivestito un ruolo cruciale nel sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere un cambiamento sociale, dimostrando il potere della scrittura come strumento di denuncia e di trasformazione.
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