Graffiti come strumento di contrasto al narcotraffico in Brasile: il caso etnografico di Ilhia de Maré
Da buona antropologa ho fatto il giro lungo del mondo andando fino in Brasile per studiare le strategie di azione e lotta politica di altre e altri, per poi tornare in Italia con nuovi occhi con cui guardare ciò che accade intorno a me. Questo scritto vuole quindi essere un modo per sostenere la rivoluzione culturale e artistica in Italia, come atto politico, ispirando attraverso le storie delle comunità afro-brasiliane che ho incontrato. Il caso di studio qui riportato è un estratto della ricerca etnografica che ho condotto in Brasile, nello stato federale della Bahia, per la stesura della mia tesi di laurea magistrale. I soggetti coinvolti nella ricerca sono razzializzati e, ogni giorno, lottano per resistere alle dinamiche di razzismo strutturale locali. Tutte le azioni di resistenza che ho documentato durante il periodo di campo, confluiscono in un movimento politico afro-discendente di respiro nazionale chiamato Movimento Negro (“Movimento Nero”). L’arte è uno strumento fondamentale per la lotta nera, che permette alle comunità afro-discendenti di ri-appropriarsi degli spazi pubblici e dare voce al proprio gruppo in contrasto alle azioni di invisibilizzazione portate avanti dallo stato-nazione.
L'isola della Marea
Ho seguito il lavoro di diversi artisti neri nella riqualifica degli spazi, attraverso l’arte dei graffiti, in quartieri della città di Salvador de Bahia accomunati tra loro dall’abbandono statale e dalla mancanza di infrastrutture idonee a una vita di qualità. Il caso etnografico qui riportato ha come protagonisti i due artisti neri Sagaz e Pipino (entrambi di 26 anni all’epoca della ricerca), all’opera per la riqualifica di una piccola isola di nome Ilhia De Marè (“Isola di Marè”), nella baia De Todos os Santos, su cui si affaccia la città di Salvador e vi si accede solo con le barche dei pescatori. In questo luogo non vi sono macchine per gli spostamenti interni, si va a piedi o a cavallo. I pochi turisti che visitano l’isola sono donne e uomini benestanti, che vi si recano in yatch in giornata per prendere il sole sulle piccole spiagge. La comunità locale vive prevalentemente di pesca e della raccolta di molluschi.
Il lavoro affidato a Sagaz e Pipino era quello di affrescare la “casa dei pescatori” ovvero un piccolo edificio di grande valore simbolico per gli abitanti, in cui i pescatori si incontrano per discutere delle questioni legate alla comunità. L’importanza sociale della casa dei pescatori è evidente già dalla sua posizione geografica: situata di fronte al molo su cui attraccano le imbarcazioni, capeggia sull’orizzonte visivo quando si arriva sull’isola. È infatti il primo elemento architettonico che si scorge, alle spalle del quale si trovano solo distese di palme e foresta. Le pareti esterne dell’edificio erano state marchiate dai narcotrafficanti, i quali avevano impresso delle scritte nere, con la bomboletta spray per rendere chiara a tutti la loro presenza sul territorio. Socializzare e appropriarsi attraverso le scritte della casa dei pescatori era il tentativo di rendere manifesta, tangibile e materiale la loro volontà di controllare Ilhia de Maré. Dopo molti anni, gli anziani dell’isola si erano decisi a rispondere all’intimidazione e a riappropriarsi di quel luogo centrale per la comunità locale. Per questo Sagaz e Pipino, con l’aiuto dei pochi giovani abitanti della comunità, hanno dipinto un grande affresco sulla facciata anteriore dell’edificio e una scritta colorata sulla parte laterale. La frase inscritta è “I love Marè” e ogni lettera contiene al suo interno il nome di uno dei ragazzi che ha preso parte alla sua realizzazione. Sulla facciata principale, invece, è stato dipinto un pescatore di spalle col tipico cappello di paglia usato dagli abitanti. Accanto a lui, sempre di spalle, un ragazzo coi cappelli ricci e la pelle scura. Nella scena i due stanno tirando una corda legata a una barca in legno, come quelle che usano i pescatori. In lontananza una donna piegata su sé stessa, mentre raccoglie in una cesta dei molluschi. Quest’ultima rappresenta le marisqueras (donne che raccolgono i molluschi di lavoro), la figura professionale più diffusa tra le donne della comunità. Tutti questi elementi sono l’evidente tentativo di rappresentare la comunità che vive a Marè e la sua identità di pescatori e marisqueras.
Per la messa a nuovo dell’edificio ci sono voluti due giorni. Durante il primo, in cui ero presente anche io, è stata fatta la scritta. Il muro principale dove ora capeggiano i pescatori invece è stato solo pitturato di azzurro. Era necessario che la parete fosse ben asciutta prima di procedere con il disegno dei personaggi, nei giorni successivi. Nonostante l’opera non sia stata terminata, quel giorno fu molto importante. I graffiteros (coloro che dipingono le pareti usando le bombolette spray producendo i graffiti) e gli abitanti che da lontano seguivano i lavori, temevano delle ripercussioni da parte dei trafficanti. Non posso descrivere le sensazioni che provavamo di tensione ed entusiasmo allo stesso tempo, mentre i ragazzi stendevano col pennello la tinta blu sui nomi scritti in nero dei narcotrafficanti e qualche abitante osservava curioso cosa stava succedendo . Quel giorno attraverso la nuova estetica della casa dei pescatori non è cambiata solo la percezione del luogo. È stato il momento in cui la comunità si è riappropriata del proprio spazio e della propria autonomia.
Conclusione
In mancanza di vigilanza da parte dello stato, sono i residenti della periferia a doversi organizzare autonomamente e a fare le veci del governo. Queste iniziative dislocate nei diversi quartieri, ognuna con caratteristiche diverse dalle altre, sono parte del più ampio movimento di contestazione e resistenza del Movimento Negro alla doppia violenza a cui sono sottoposte le comunità afro-discendenti: da una parte a quella dell’invisibilizzazione da parte dello stato e dall’altra da quella della criminalità organizzata che occupa le periferie abbandonate dallo stato. La storia dei miei interlocutori negros (“neri”) mi ricorda le storie di resistenza quotidiana delle comunità periferiche in Italia. Il loro orgoglio nel rivendicare la dignità della propria identità afro-discendente, ha contribuito al moto mio interiore di riscoperta della mia calabresità.
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Antropologa socio-culturale, specializzata in strategie di resistenza al razzismo strutturale attraverso l’uso di pratiche artistiche ed educative. Collabora a diversi progetti nazionali e internazionali nell’ambito interculturale.
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