Tentativo di manifesto. Riflessione sulla condizione del sistema dell’arte e il suo impatto su una generazione
Mi piacerebbe davvero dire qualcosa, mi piacerebbe far capire cosa vedo e raccontare tutto dall’inizio. Decido l’interesse per l’arte, mi inizio a spaventare quando dopo averci interagito continuo a provare una sensazione di errore, provo ad alleviare con la tolleranza. Mettersi in condizione di parlare fa già tremare le gambe ma chi esaurisce la paura può iniziare a discutere: cerco di immaginare cosa faremo, di capire cosa ci tiene stretti all’arte e al suo scopo, pensando infine a cosa accadrà.
Alzeremo la soglia della tolleranza rischiando di andare contro il rispetto della storia, saremo trattenuti da una inverosimile paura di toccare il bello e ne risponderemo scagliandoci contro l’estetizzazione della cultura a difesa delle arti nel loro valore sperimentale, capaci di presentare anche la più fine delle questioni. Siamo ancora la generazione che aspetta “l’illuminazione del nuovo”, che arriverà, ma fino a quel momento daremo al pubblico lo scarto del nostro pensiero come sedativo. Siamo ancora la generazione che non ha prodotto e non sta producendo qualcosa di veramente serio.
Ora è necessario osservare il sistema-ambiente a cui prenderemo parte. Consideriamo le tendenze, che vogliono imporre il modo corretto di pensare e fare ricerca artistica, che continuano a raschiare il fondo di qualsiasi teoria moderna rinfacciandoci il peso di un sistema dell’arte fondato su una storia inviolabile. Consideriamo la tolleranza distorta, che viene usata come regola fissa, allontanandosi dal suo scopo. Passando da strumento dispersivo dell’esperienza che permette di accogliere il nuovo, a soglia limite da raggiungere obbligatoria. Allora siamo arrivati a pensare che la preferenza non va più bene, che dobbiamo apprezzare tutto, cullati da una produzione espansa dell’arte che ha confuso il suo valore con il suo scopo. Cosa stiamo davvero rifiutando? Ci rifiutiamo di assecondare le interazioni che producono il contatto tra le pedine dell’arte, ciò che forma le reti sociali che il mercato usa come piedistallo lasciando da parte la ricerca dei nostri interessi e delle nostre voglie. Le formalità creano ansia. Stiamo rifiutando il dialogo, o ce ne state privando, siamo la generazione più individualista di sempre, e così ci piace che sia, specialmente se il massimo confronto a cui arriveremo si tramuterà in predica e non in crescita. Siamo totalmente allontanati e ignorati da chiunque possa dare risorse che si è tarato uno standard di professione così alto che solo l’età, a questo punto, può attutire. Ci rifiutiamo di credere che tutto ciò che viene proposto abbia valore e che una volta esposto nelle grandi istituzioni sia inviolabile, alcune volte sappiamo essere noi i migliori. Nell’arte contemporanea, qualcuno sta davvero facendo qualcosa di importante? Per rispondere è bene far notare che quello che oggi sta accadendo è la costruzione del più grande e lungo periodo artistico di sempre, che non si è posto una fine come i precedenti, che non ha una chiarezza nel suo modo di muoversi e non si aspetta di piacersi ma arriverà a trascinarsi il più lontano possibile. È il periodo che non ha ancora nessuna etichetta, che ci permetterà di allontanarci dalla complessità di quell’arte ermeneutica e ci darà spazio per mostrare quella tanto piacevole erotica dell’arte. Abbiamo interesse a trovare le nuove visioni della realtà contemporanea ma ci serve poter rovesciare tutto quello che si trova sul podio in questo momento. Tante menti, forzate alle relazioni e obbligate all’interazione con l’altro hanno rinunciato alla propria ricerca, forse erano persone di poco carattere, forse non avevano vero interesse, probabile, ma siamo una generazione che dà più peso al proprio benessere mentale, forse questo sarà la ragione del nostro fallimento. Non abbiamo la giusta considerazione che il valore economico possa dare, siamo solamente in grado di comprenderne il peso, non siamo più interessati a costruire una forma di valore dettata su qualità ricercate, ma diamo totale fiducia a chiunque si occupi di accertarne il valore. Per un breve momento abbiamo avuto un’idea nobile del fare artistico, rispettata solo perché ci è stata promessa la possibilità di conoscere e di poter fare arte. Quando invece la vera posizione delle cose trova il suo momento, questa promessa è rinnegata dalle esigenze del sistema dell’arte contemporanea. Non siamo moralmente superiori, è ovvio che apprezziamo il compenso economico, siamo comunque figli di un biocapitalismo talmente avanzato che la nostra stessa arte trova in esso il suo tema. Il problema che infine rimane è che se le risposte e i problemi provengono dallo stesso sistema, verrà un momento in cui la nostra generazione arriverà a contestare sé stessa trovandosi lontana da qualsiasi punto di fuga costretta ormai a un metodo promosso da un sistema dell’arte autodigerito.
(Questo qui sotto è lo slider, usalo per le sequenze di più immagini, laddove l'autore non ne ha indicato la posizione)
Crediti fotografici
Foto di Patrick Schneider

Andrea Rupolo (2002) vive e lavora a Roma. Di origini calabresi, nel 2020 si trasferisce nella capitale per motivi di studio. Frequenta attualmente l’accademia di Belle arti. Durante la triennale sviluppa un proprio linguaggio nella pratica pittorica studiando l’ambiente romano. Attualmente segue il corso accademico di secondo livello in Grafica d’Arte.
Entra
in dialogo
con noi
Siamo sempre alla ricerca di nuove connessioni, idee e collaborazioni. Se vuoi proporre un progetto, ricevere informazioni sulle nostre attività o semplicemente condividere una riflessione, scrivici.