Daily Actions. Arti performative come pratiche riabilitative per l’autonomia dell’individuo

L'arte come strumento di cura

Uno degli scopi principali del linguaggio artistico è quello di generare mutamenti, raccontare storie e veicolare messaggi. Questa funzione è stata centrale per secoli, cedendo nell’ultimo periodo il passo ad un’estrema estetizzazione, mettendo da parte la funzione sociale – funzione per tutti – e diventando questione di pochi, un argomento elitario, una bolla in cui gli altri, quelli considerati “non abbastanza”, non possono neanche sperare di posare lo sguardo e men che meno di accedervi. Approcciandosi all’arte non soltanto come oggetto vendibile e come moneta di scambio all’interno di un sistema puramente capitalistico, l’arte può riacquisire la sua funzionalità per la comunità, spostando il focus dalla spettacolarizzazione allo scopo, dall’oggetto al processo necessario per raggiungerlo. In questo modo l’arte realizza, a mio avviso, il suo fine: essere veicolo di nuovi intenti, nuovi simboli, nuove possibilità e nuovo strumento di cura per l’altro.

Il significato che viene attribuito al verbo curare potrebbe certamente risultare fuorviante nel campo semantico dell’arte. Non si tratta certo di somministrare un farmaco e attivare un processo di guarigione immediato. Si tratta piuttosto di andare ad indagare il significato preciso di questa parola: “Fare oggetto delle proprie cure, attendere con premura e diligenza a qualcuno o a qualcosa”. È comune ritenere l’utilizzo della materia e del colore veicolo fondamentale per connetterci agli stati psichici dell’individuo e l’azione mezzo per entrare in contatto con la sfera corporea. Quello che all’interno di questo processo viene alle volte trascurato è l’aspetto ludico dell’arte e dunque la sua funzionalità nell’ampliamento della gamma dell’esperienza: fare esperienza interiore ed esteriore del mondo circostante, della socialità e delle sue regole.

Osservandola da quest’ottica, l’arte – come il gioco – può assumere un ruolo protettivo, può diventare un luogo sicuro per allenare capacità sociali, relazionali e comunicative. Uno schermo attraverso il quale filtrare la realtà – potenzialmente pericolosa – per creare un ambiente protetto e sicuro, andando a ricreare una sorta di holding materno. L’obiettivo di questa ricerca è stato dunque quello di trovare una connessione fra arte e gioco – nello specifico fra arte performativa e gioco di far finta – approfondendo le potenzialità per l’apprendimento della sfera ludica. Risulta inoltre inevitabile porre l’accento sul ruolo dello spettatore, analizzando come la fruizione dell’opera possa risultare impattante nel rimodellamento delle credenze di chi assiste alla messa in scena e, di conseguenza, della comunità di cui fa parte.

L’impianto teorico che verrà illustrato nel testo che segue è stato necessario allo sviluppo del laboratorio “Daily Actions”, un laboratorio per adulti con disabilità intellettive svoltosi nel 2024 volto alla progettazione e realizzazione di una performance sulle azioni quotidiane, nello specifico l’azione di “andare a fare la spesa”. Questo percorso verrà brevemente descritto nell’ultimo paragrafo dell’articolo.

“Tutto col gioco, nulla per gioco”. L’importanza del gioco nello sviluppo dell’individuo e nella relazione terapica.

Il titolo di questo paragrafo cita la più che nota istanza di Robert Baden Powell: tutto col gioco, nulla per gioco, esprimendo tutto il potenziale della sfera ludica nell’apprendimento.

Per apprendimento non vogliamo qui intendere il nozionistico immagazzinare e l’implemento di abilità esistenti in partenza, bensì la possibilità di rimodellare le proprie attitudini sociali, emotive, fisiche e psichiche: “A partire dalle diverse angolature con cui il giocare e l’imparare sono esplorati emerge un’idea di gioco come divergenza e di apprendimento come atto creativo che smentisce l’idea della conoscenza come copia e pura rappresentazione della realtà.”

Il gioco ha una grande importanza nelle prime fasi di vita, importanza che potrebbe essere definita essenziale, tanto quanto bere e mangiare, come ipotizzato dalla ricerca coordinata dalla dottoressa Viviana Trezza per il dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre, pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology: secondo questo studio, realizzato su piccoli ratti con una spiccata propensione al gioco nella socialità fra simili, quando nel nucleo accumbens – zona del cervello deputata principalmente ai processi cognitivi di motivazione, ricompensa e rinforzo – vengono stimolati i recettori della dopamina, si riscontra un aumento della propensione al gioco. “(…) c’è un incremento nel piacere associato alla socializzazione, ma si può anche ipotizzare che con questa scoperta il gioco entri a far parte delle necessità primordiali elaborate nel nucleo accumbens, come alimentarsi o riprodursi».

Un altro dato che dimostra l’importanza che riveste il gioco nella psiche umana è il netto calo del desiderio di gioco che si riscontra nei bambini che hanno subito traumi psicologici gravi, o la rappresentazione del trauma stesso attraverso le azioni del gioco.

Il complesso equilibrio nella relazione educativa, in cui il gioco ha un ruolo fondamentale, appare estremamente simile all’equilibrio che va ad instaurarsi in terapia: il paziente non può e non deve essere spinto in determinate direzioni, bensì il terapeuta deve essere in grado di fornire degli input leggibili e trasformabili dal paziente. Vediamo dunque come terapia, gioco ed educazione siano fortemente connessi fra loro. Winnicott stesso, nel suo lavoro, approfondisce questo legame, indagando l’utilizzo del gioco all’interno della relazione terapica, passando attraverso l’osservazione del rapporto genitore-bambino e delle loro modalità di gioco per comprendere aspetti non verbalizzati delle relazioni. Non soltanto nelle dinamiche genitoriali il gioco può avere un’importanza cruciale: “La psicoterapia si colloca nella sovrapposizione di due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.”

Mimesi dell’altro e della realtà come processo di apprendimento

Il “gioco di far finta” parrebbe avere un ruolo cruciale nello sviluppo delle dinamiche sopraccitate: “(…) The empirical research seems to suggest that symbolic play may have a causal impact on reasoning, language, narrative, and emotional regulation, though further research is needed (Lillard et al., 2013). Fiorelli and Russ (2012) found that affect or emotional themes in play related to positive mood in daily life and that imagination and organization in play related to coping ability.”

Approfondendo alcuni criteri che regolano il gioco di far finta e le caratteristiche del concetto di mimesi nell’ambito delle arti, si rende manifesto un parallelismo tra arte e giochi d’infanzia. “Le opere rappresentazionali artistiche sono supporti in giochi di far finta. Altrettanto sono bambole, camion giocattolo(…) e anche formazioni nuvolose e costellazioni celesti quando vi vediamo volti e animali(…)”: le opere d’arte sono giocattoli destinati ad un pubblico adulto, un pubblico inibito. I bambini sono attivi nei confronti del gioco, prendono parte ad esso come veri e propri partecipanti, sia in contesti sociali che in contesti privati. Gli adulti invece – i fruitori – vengono definiti “passivi, riflessivi e distaccati, (…) laddove i bambini sono attivi, improntati alla fisicità e appassionati”.
Con queste premesse si potrebbe pensare ad una notevole differenza fra il gioco nell’infanzia e il gioco dell’arte. Le modalità possono apparire divergenti e le finalità, utilizzando lo sguardo di un adulto, – abituato a concepirsi al di sopra dell’infante, vivendo in una società profondamente adultocentrica – sembrano totalmente differenti. Queste discrepanze nell’apparenza possono essere colmate con un’analisi della sostanza di quello

che rappresentano, da un punto di vista psicologico, il gioco e l’arte: “Sebbene i giochi infantili di far finta tipicamente abbiano un carattere più fisico di quelli dei fruitori, è ovvio che anche questi ultimi possiedano significative dimensioni psicologiche. (…) Ma nei giochi dei fruitori la partecipazione psicologica tende a superare e mettere in ombra la partecipazione fisica. Questo spiega l’apparente asimmetria nelle nostre relazioni con i personaggi fittizi, il fatto che psicologicamente ci sembra di essere intimi con loro ma fisicamente tagliati fuori dalla loro portata.” Fruire delle rappresentazioni fittizie e soffrire, provare paura, compassione, gioia… Sono tutte dinamiche che appaiono paradossali, avendo perfettamente chiaro si tratti di pura finzione. Ma se suscitano in noi emozioni (o addirittura sensazioni fisiche) reali, allora significa che l’impatto sulla realtà psichica è tale da renderli strumento potente per modellare la realtà.

L’arte può essere definita gioco non solo per le sue finalità, ma anche per le possibilità concrete di manifestarsi nel reale, le sue caratteristiche in quanto oggetti.

“Fruire dipinti e romanzi è in larga misura questione di giocare con essi, giochi di far finta del genere nel quale è loro funzione essere supporti.”


Richiamando il pensiero Aristotelico possiamo affermare dunque che le funzioni psichiche che il gioco e – di conseguenza ricalcando il parallelismo di Walton – l’arte esercitano sono quelle del riconoscimento, del rispecchiamento nell’altro e nella natura, del piacere che questo riconoscimento provoca e delle funzionalità di apprendimento che l’imitare l’altro da sé implicano.

Il Teatro e la Performance. Mettere in scena per rimodellare il reale che ci circonda

L’essere umano da sempre è stato spinto dalla necessità di comunicare e di esprimersi, necessità che spesso ha trovato sfogo nell’espressione artistica, fosse questa un rito propiziatorio, un canto o una preghiera. 

Nella nostra contemporaneità il concetto di teatro come messa in scena e rappresentazione ha preso innumerevoli forme: una di queste è l’arte performativa. Grazie al suo valore simbolico – che quasi sempre la costituisce – e al corpo che diventa veicolo di questi simboli, la performance può rappresentare un importante mezzo comunicativo anche in ambito terapeutico.

Coniato nel 1955, “performativo” è un termine utilizzato per la prima volta dal filosofo e linguista inglese John Austin. Il vocabolo nasce per definire quegli enunciati (definiti appunto performativi) che hanno il potere di eseguire un’azione, di modificare la realtà, che hanno il potere di “produrre un nuovo stato di cose”. Compito dell’atto performativo è dunque eseguire una modifica della realtà o quantomeno della percezione di essa. Erika Fischer-Lichte scrisse: “Ciò che conta non è la comprensione delle azioni compiute dall’artista ma le esperienze che essa fa e suscita negli spettatori nel corso di queste azioni: ciò che conta, in breve, è la trasformazione di coloro che partecipano alla performance.”

L’autrice definisce questo processo scambio di ruoli: “(…) un processo nel quale il rapporto soggetto-oggetto tradizionalmente valido per il teatro – e ancor più per l’arte figurativa – viene trasformato in una relazione oscillante che si sottrae a una definizione univoca.”

Risulta dunque evidente come la performance possa essere un medium di grande valore per chi lo utilizza e anche per chi, da spettatore, riceve il messaggio da essa veicolato.

Daily Actions, atto primo. Laboratorio di progettazione e messa in scena di un atto performativo

Non c’è nulla di più naturale, di più ordinario e trascurabile delle azioni che compiamo tutti, ogni giorno, per l’intero corso delle nostre esistenze. Cosa succede però se queste azioni sono compiute da individui che, all’interno della nostra società, sono riconosciuti come non in grado di eseguire tali azioni poiché non autosufficienti?

L’ideazione di questo laboratorio nasce dalla volontà di studiare le possibilità riabilitative dell’arte in tutte le sue forme. Partendo dal processo di mimesi della realtà che avviene in età evolutiva l’obiettivo è quello di realizzare un piano di riabilitazione e reinserimento di soggetti con diverse fragilità all’interno del tessuto sociale. L’arte assume un ruolo protettivo, diventa un luogo sicuro per allenare capacità sociali, relazionali e comunicative. Il progetto ha come finalità la realizzazione di un’opera di tipo performativo, passando però da diverse altre modalità artistiche per permettere a tutti i partecipanti di sperimentare la più adatta modalità espressiva. 

L’opera finale vuole essere la prima di un ciclo di video-performance. L’intento è quello di sperimentare azioni della vita quotidiana in un ambiente protetto e ludico. Gli incontri che hanno costituito il ciclo di laboratori sono stati sei: il primo dedicato alla progettazione che, in questo caso, prevedeva la stesura della lista della spesa e la rappresentazione grafica degli oggetti da realizzare tridimensionalmente negli incontri centrali. Il quinto incontro è stato dedicato alla realizzazione delle maschere ispirate alle Paper-Bag Masks dell’artista Saul Steinberg. Le maschere, nell’ambito di questo processo e laboratorio, sono state un’esigenza: essendo alcuni soggetti sotto la tutela dei servizi sociali, non sarebbe stato possibile riprenderne il volto. Questo ha certamente posto dei limiti al lavoro performativo ma ha permesso di aggiungere un ulteriore livello di protezione del sé. L’ultimo incontro è stato invece dedicato alla messa in scena.

Nel video finale tutti i partecipanti hanno preso parte alla scena nei diversi ruoli, alternandosi, ripetendo così l’atto di improvvisazione quattro volte: attraverso il montaggio è emersa un’unica sequenza in cui le immagini si alternano, creando uno spazio quasi onirico, altro dalla realtà.

Conclusione

Sei incontri non sono minimamente sufficienti per stabilire l’effettiva terapeuticità del processo, per riuscire a studiarne punti di forza e perfettibilità, per riuscire a cogliere i benefici che questo tipo di lavoro ed esperienza può avere sui partecipanti. Questa ricerca vuole essere dunque uno spunto, un impulso al ragionamento sull’importanza dell’arte, della pluralità di linguaggio, del gioco e della messa in scena in un contesto come quello della disabilità intellettiva, dove non c’è spazio per il corpo, non c’è spazio per la comunicazione e per il perseguimento dell’indipendenza di soggetti fragili. Non c’è spazio all’interno della nostra società, dove il diverso diviene un peso per la produttività ed un freno per la velocità fulminea dei ritmi odierni. Ci sono, invece, moltissime realtà in cui questo spazio viene preso, dato e costruito giorno per giorno. Spazi in cui l’arte – nella sua accezione più contemporanea, capitalista e dominante – non ha intenzione di accedere, se non estetizzando la “diversità”, appiattendone le sfumature e standardizzandola realtà.

Al termine di questo esperimento certamente rimane un punto importante il reinserimento e la riabilitazione in circostanze che promuovono l’indipendenza dell’individuo. Si manifesta però come esigenza il tentativo di modificare la narrazione che permea la nostra società.

Così l’intento di questo lavoro e quest’opera si trasforma in un ribaltamento di prospettiva, trasformandosi sì in una riabilitazione, ma per la società stessa: una riabilitazione visiva, per abituarci a vedere quello che spesso è nascosto al nostro sguardo; una riabilitazione emotiva, per permetterci di osservare il mondo – il nostro mondo, quello di tutti i giorni – da una diversa angolatura; una riabilitazione estetica, per abituare il nostro sguardo a vedere, riconoscere e comprendere quello che è sempre stato narrato come troppo diverso e ad identificarlo non come qualcosa di bizzarro, di inusuale, ma come parte integrante del tutto che costituisce la realtà.

Riferimenti bibliografici

AA.VV., Brain networks for visual creativity: a functional connectivity study of planning a visual artwork, Scientific Reports, 2016, 10.1038/srep39185

AA.VV., Disability Studies e inclusione. Per una lettura critica delle politiche e pratiche educative, Trento, Edizioni Centro Studi Erikson S.p.A., 2018 

AA.VV. Italian Journal of Special Education for Inclusion, Anno I, Volume 2, 2013

AA.VV., Lo sviluppo della mente: ricerche sul pensiero magico e sulle bugie infantili, NEA – Science, giornale italiano di neuroscienze, psicologia e riabilitazione. Anno 2, Vol. 6

AA.VV., Serious Games for Executive Functions Training for Adults with Intellectual Disability: Overview, International Journal of Environmental Research and Public Health, 10.3390/ijerph191811369, 2022

Bernardi C., Il teatro sociale – L’arte tra disagio e cura, Carocci Editore, 2004

Boal A., Il teatro degli oppressi, teoria e tecnica del teatro, Edizioni La Meridiana, 2011

Bobbio A., Bondioli A., Gioco e infanzia, Teorie e scenari educativi, Roma, Carocci Editore (2019), terza edizione settembre 2021

Butler J., L’alleanza dei corpi, Milano, Edizioni Nottetempo, 2017

Calvesi M., Le due avanguardie, dal Futurismo alla Pop Art, Milano, GLF editore, 1971

Claes G. J. and Symons S., The Nature of the Game, Leuven University Press, Belgio, 2023

D’Alessio S., Disability Studies in Education: che cosa sono e perché sono importanti per lo sviluppo di una scuola e un’università inclusive, Erickson Riviste Digitali, 2015

Debord G., La società dello spettacolo, Milano, Baldini+Castoldi – La nave di Teseo, terza edizione febbraio 2021

Diamond A., Executive Functions, Annual Review of Psychology, 10.1146/ annurev-psych-113011-143750, 2012

Enciclopedia di filosofia, Garzanti, 1987

Fischer-Lichte E., Estetica del performativo. Una teoria del teatro e dell’arte, Roma, Carocci Editore, febbraio 2016

Franzin E., Mazzocut-Mis M., Estetica, Milano – Torino, Bruno Mondadori Editore, prima edizione marzo 2010

Guldemond J., Bloemheuvel M., Children’s Games, Eye Filmmuseum, Amsterdam, Netherlands, 2020

Rivarola A., Comunicazione Aumentativa e Alternativa, Milano, Centro Benedetta D’Intino Onlus, 2009

Sechoaro, E. J., Scrooby, B., Koen, D. P., The effect of rehabilitation on intellectually-disabled people – a systematic review. Health SA Gesondheid, (19)1. http://dx.doi.org/10.4102/hsag.v19i1.693, 2014

Stewart A. L., Neuroscience and magic of play therapy, International Journal of Play Therapy, http://dx.doi.org/10.1037/pla0000016, 2016

Toscano G., Performance Art, Campo di produzione e aspetti relazionali, Tesi di Laurea per l’Università degli Studi di Trento, 2010

Walton, K. L., Mimesi come far finta, Milano, Mimesis, 2011

Winnicott, D. W., Gioco e realtà, Roma, Armando Editore, 2019

Entra
in dialogo
con noi

Siamo sempre alla ricerca di nuove connessioni, idee e collaborazioni. Se vuoi proporre un progetto, ricevere informazioni sulle nostre attività o semplicemente condividere una riflessione, scrivici.

 

Carrello
Torna in alto