Sull'incisione: pezzi di epistolario

Lo scambio epistolare qui riportato in parte, tra Simone e Alberto, avvenuto durante la  costruzione di una tesi, è in realtà poi divenuto un’analisi più profonda del legame tra arte e  sacro, ovvero tra Dio, l’uomo e le sue opere. Un groviglio di percorsi teorici, artistici e  spirituali, dove i due punti di vista prendono la conformazione di strade dalla quale si  diramano poi delle vie più piccole, tra le quali il lettore è invitato a perdersi e costruire un  suo percorso personale, riflettendo insieme agli autori sui temi affrontati. Incisione,  calcografia, litografia, scultura e architettura diventano strumenti per indagare lo  spostamento d’attenzione dalla materia per poi percorrere il sentiero a ritroso. Nelle sue  lettere, Simone analizza il ruolo e l’essenza profonda dell’artista e la sua esigenza di trovare  un proprio linguaggio espressivo tramite il ribaltamento di tecniche e visioni tradizionaliste,  coniugandolo con il bisogno di avvicinarsi a una propria concezione della fede, libera da  sovrastrutture. Ispirato dal dialogo e dal lavoro condiviso con Alberto, l’artista percorre un  cammino irto di prove ed errori – trasfigurate poi in decisive svolte – fino a compire il suo  destino creativo. Trova piena rappresentazione in una tecnica innovativa, messa a punto da  Simone, che fonde scultura e calcografia sovvertendo i canoni consolidati per delineare nuovi  mondi possibili. In questo percorso la figura umana e architettura si intrecciano a livello  tematico con concetti come soglia e rovina, che riconquistano centralità, diventando il cuore  pulsante delle sue creazioni. Al termine del percorso condiviso, i due si separano imboccando vie diverse, ma sempre guidati dal demone comune dell’arte e dalle sue enigmatiche  intenzioni. 

Alberto: domenica 17 Novembre 2024, ore 16:47

[…] Compirei delle riflessioni sulla complessità del presente ma probabilmente non è questo lo spazio giusto. Pensare alle relazioni di complessità mi serve qui per richiamare le dinamiche che ci spingono verso un’interiorità. La complessità è dimensione estroflessa che agisce su di noi e ci spinge nella sua dimensione contraria, quella interiore. Sono questi i termini di contrapposizione invisibile di ogni narrazione ma anche di ogni vita vissuta. Guardando dal frutto delle mie esperienze o forse dalla prospettiva data dalle biforcazioni di vie scelte, quella fede che cerchi e dichiari di non aver ancora trovato non è riscontrabile attraverso le formule del linguaggio e della logica in forma definita, ma si traduce piuttosto nelle forme della percezione sensoriale in una dimensione pangenetica nella quale diversi principi si fondono a dar vita ad un’entità che si manifesta a livello spirituale. Definire cosa sia o cosa significhi spirituale non è poi cosa facile, è sicuramente una dimensione che trascende la realtà e nella quale ci immergiamo quando la parola non c’è più d’aiuto e dobbiamo agire attraverso un sentire. È l’ambito della contraddizione tra il tentativo di formulare pensieri con un riscontro concreto e l’oggettivazione attraverso un occhio parietale, di animale antico. È la sintesi tra logos e pathos. 

È lo spazio stesso attraverso il quale tendiamo a sviluppare forme d’ambito creativo nelle quali ciò che figuriamo ed enunciamo manca anch’esso di piena definizione. Intuiamo le potenzialità del nostro sentire e ci produciamo in manifestazioni che vanno oltre alla nostra capacità razionale. Le forme che elaboriamo in ambito artistico raccolgono significati che le rendono leggibili come mappe di un territorio ricco di riferimenti, in questi spazi riusciamo a muoverci attraversandoli in dimensioni e direzioni diverse. Nell’ultimo scritto che mi hai mandato ne fai riferimento parlando delle forme architettoniche legate al sacro: “Sorprendente è stato scoprire quanto ramificato sia lo spettro di fattori che interagendo, contribuiscono ad erigere le fondamenta per lo sviluppo dell’architettura sacra.” La pianta di un edificio o le logiche legate alla composizione delle strutture murarie esprimono concetti legati a questioni teologiche espresse facendo riferimento ad un linguaggio nel quale il simbolo prevale portando nella narrazione affermazioni di vario tipo le quali riguardano gli ambiti di relazione sociale, politica ed economica. 

Questo per ribadire che non è soltanto nella costruzione di uno spazio fisico che si costituisce lo spazio sacro ma questa dipende dagli ambiti culturali, dai livelli di sensibilità sviluppati; dalla ricchezza e dai livelli di complessità dei linguaggi e dev’esserci, oltre a questo quale dato riassuntivo, il coinvolgimento della sfera emotiva. I fattori che intridono le mappe che noi stessi formuliamo li troviamo anche in ogni altra classe di figurazione e narrazione che tende ad un rapporto di verità. Il concetto di verità si misura in rapporto alla realtà percepita ma è chiamata tale in quanto si costruisce come ambito di ricerca personale o collettiva. Ricerca è scavo nei concetti che reggono l’opera, ricerca significa praticare le possibilità date dalla mappa che costruiamo o con la quale entriamo in relazione. Quando operiamo inseriamo nel contesto reale elaborazioni che della realtà non hanno mai fatto parte. In un certo momento questi oggetti iniziano un loro processo di cambio percettivo rispetto a noi stessi e agli altri assumendo autonomia. Il concetto di verità riguarda la costruzione di un ambito il più possibile condiviso legato al sentire e si introduce attraverso logiche creative o di casualità; si genera attraverso logiche di accostamento di concetti, anche apparentemente lontani.  

Nella litografia che mi hai dato e nella quale sono rappresentati tre spazi architettonici in relazione tra loro, persistono sia le dimensioni interpretative legate ad un linguaggio oggettivo che la dimensione emotiva legata all’interpretazione della luce, azzardo a dire che sento un profumo quando leggo quest’immagine, ne colgo un’essenza oltre alla capacità di definirla in modo pieno. L’immagine crea in me un trasporto, mi lascia un’impronta. 

Parlo di profumo in quanto anche la lettura sinestetica è una via che tocca questioni tangibili e può rientrare nel particolare ambito di costruzione del concetto di verità. Un

approfondimento rispetto il concetto di verità si può trovare in alcuni tratti degli scritti di Pavel Florenskij e in particolare nel testo “Le Porte Regali”. 

Tu stesso mi parli di dimensioni architettoniche e di spazi e superfici nelle quali si introduce la luce; mi pare significativo che il tuo ambito d’intervento come artista non sia quello architettonico o di costruzione fisica di rapporti spaziali ma metafisici legati alla figurazione grafica; metafisica legata alla costruzione pratica e spirituale di un vivere. Per tornare all’incipit iniziale mi capita spesso di considerare che in definitiva tutto rientra nel tentativo di decifrazione di un medesimo paesaggio, tutto si trascrive e si legge in un medesimo libro.

Simone: venerdì 29 Novembre 2024, ore 23:02

[…] Potrei paragonare la fede cristiana all’incisione. 

È un sentiero lento, lungo, che richiede precisione, riflessione, calma e tecnica.

In mente devi disporre dell’immagine che vuoi realizzare prima ancora di prende in mano una penna, una matita, una punta o un bulino. Percorri passo dopo passo la via, senza sapere né dove porterà né quanto tempo ci si impiegherà nel seguirla. 

Il tutto alla cieca, bendato. 

Solo un’idea a cui aggrapparsi saldamente, un’astrazione. 

E cammini insicuro, con lo sguardo accecato dalla luce dell’orizzonte che vedi, che percepisci tangibile, che sembra così vicino ma che continua a non arrivare. 

Allora cerchi di seguire il tuo istinto alla lettera, di leggere tra le righe del tuo pensiero, ma il risultato è imprevedibile. Non saprai ciò che hai creato fino al momento della prima stampa. Certo, puoi fare le suddette prove di stampa, puoi farne una come mille, ma ti daranno comunque un riscontro illusorio e parziale dell’operato. 

Ad un certo punto però qualcosa cambia.

La lastra di zinco o rame che sia, in origine così lucente e vuota, ora sembra un groviglio di Segni rupestri. 

Ti emozioni, ti accingi ad inchiostrare, ad organizzare tutto il processo che ti porterà alla stampa finale. 

E poi togli l’inchiostro in eccesso, pulisci attentamente i bordi, asciughi la carta precedentemente messa in ammollo per accogliere meglio ogni singolo dettaglio inciso.

Posizioni delicatamente la matrice sul piano del torchio, la sistemi al millimetro, cercando una possibile perfezione. 

Poni questo lembo di carta adagiandolo delicatamente sulla lastra. 

E da lì in poi non si può più scappare, non si può più tornare indietro. 

Prendi saldamente in mano la manopola del torchio, cominci a farla ruotare su se stessa lentamente, attento ad ogni singolo movimento. 

Il foglio esce dalla parte opposta di dov’è stato adagiato ed inserito, 

pressato tra il piano d’appoggio e il rullo principale. 

Porti a termine la corsa del piano, lasci la presa sulla manopola. 

A questo punto hai due possibilità. 

Imprecare o pregare in silenzio. 

Sacro o profano, a te la scelta. 

Alzi dolcemente il foglio e scorgi le prime impressioni d’inchiostro sul suo corpo. Riconosci le prime figure, le prime impronte che con tanta pazienza hai delineato. Sei a metà lastra-strada. 

Tutto sembra andare bene, ancora un piccolo passo e sarà finita. 

Gli occhi cominciano ad accogliere l’immagine. 

La mente ne riconosce le forme. 

Arrivi al limite del foglio, è stato alzato completamente. 

Non hai il coraggio di guardare.

Lo deponi attentamente sulla rastrelliera, la sua culla, il suo sepolcro. 

Fai un passo indietro, ti distanzi, vuoi una visione generale di ciò che hai prodotto. 

Poi ti avvicini a qualche centimetro dalla superficie. 

Ne scorgi i dettagli, gli errori, le imperfezioni, le trame. 

Senti l’odore dell’inchiostro, di trementina, di olio di lino. 

Poi ti riallontani. 

Ti siedi sul banco di lavoro, dove tutto ha avuto inizio. 

E ad occhi chiusi rifletti, pensi, lasci scorrere l’afflusso di emozioni contrastanti. Tremano le mani, tremano le gambe. 

Fai un sospiro profondo, esci dal laboratorio, fumi una sigaretta. 

Ti calmi. 

Ti calmi ma sai che non è finita. 

Sarà così ancora e ancora. 

Ogni momento diventa emotivamente devastante. 

L’arte è un percorso di fede. 

L’arte è sofferenza per me. 

L’arte mi esaurisce. 

Le energie accumulate si degradano in ogni singola opera realizzata. 

Questa è la mia arte, il mio percorso, ciò che vivo e sento ogni volta che realizzo un’opera, che la stampo, che ho l’opportunità di vederla al di fuori di me stesso. 

Simone: martedì 30 luglio 2025, ore 12:49

[…] È dal momento in cui ho iniziato ad introdurre nei miei lavori il Craquelé classico che la mia mente cominciò a scandagliare possibili varianti, a sognare una nuova possibilità di esecuzione, un diverso risultato, utilizzando il laboratorio calcografico non più solo come mero mezzo di produzione in serie di stampe d’arte ma come luogo di estrema sperimentazione. Un luogo dove mettere in atto le conoscenze maturate durante i precedenti tre anni di formazione. Perché sì, penso che per poter sperimentare e scoprire qualcosa di nuovo sia essenziale avere coscienza e controllo di ciò che riguarda le tecniche tradizionali, si debba prima di tutto avere un rigoroso bagaglio di conoscenza dei processi basilari, averne la giusta padronanza, così da poter attuarli e gestirli in maniera adeguata secondo le proprie esigenze, anche e soprattutto stravolgendoli. Un luogo dove incontrarsi, dove unire le menti, dove la collettività e la collaborazione tra individui sia fondamentale nella strada verso la scoperta di qualcosa d’altro. Un nuovo modo, in realtà già collaudato nella metà del XX secolo, di vivere lo spazio laboratoriale, a mo’ di Stanley William Hayter. Fu con questo spirito e attitudine, quindi, che cominciai a viaggiare tra fausti pensieri, nei meandri profondamente riflessivi del mio volere, tra desideri e aspirazioni, con bramante curiosità di escogitare un’originale modalità per realizzare un Craquelé diverso. Il Craquelè in negativo. Cominciai così ad azionare i motori, a far girare gli ingranaggi del mio cervello analizzando in primo luogo tutti i processi, i passaggi, che occorrevano per realizzare un buon Craquelé classico. Poi l’azione. provare fisicamente a ricrearlo apportando modifiche ad ogni passo, intervenendo come un piccolo chimico sulla ricetta originaria. 

Ma ad ogni piccola soddisfazione, una sconfitta. Settimane intere. Passarono intere settimane, non più ad ideare una nuova lastra da cui trarre delle stampe, ma per qualcosa di più elevato. Di giorno ad escogitare e provare e riprovare possibili varianti su vecchie lastre in disuso, di notte a meditare, rimuginare su ciò che poteva esser andato storto con le possibili cause e conseguenze. Mi ricordo ancora quel fatidico giorno. Il giorno della vittoria. 

Il 28 Gennaio 2025 è il grande giorno. Il giorno in cui finalmente quell’agognato e desiderato Craquelé Negativo ebbe la sua prima vera riuscita. Da lì vedemmo la luce. Dopo svariate e fallite intuizioni, quel giorno il mio compagno di laboratorio Eros Bitto ebbe un lampo di genio. Entrò dalla porta in cui si stava svolgendo l’abituale lezione di incisione, venne verso di me e mi disse “acqua calda, l’acqua calda scioglie la gomma arabica e di conseguenza gli strati di vernice soprastante”. Era l’ultima chance per la riuscita di questo esperimento. Provammo subito. Ci attrezzammo con tutto il necessario, tutti gli ingredienti disposti sul tavolo. Seguimmo i nostri ragionamenti ed in fine utilizzammo il componente segreto, l’acqua calda. 

La svolta. 

Faticavo a tenere a bada l’agitazione. Occhi sgranati su ciò che avevo davanti agli occhi. Dopo aver messo la lastra di zinco in morsura, provammo a stampare una copia in fretta e furia. Attimi di tensione. All’uscita dal torchio Eros prese il foglio e cominciò delicatamente a sollevarlo. Piano piano. 

Intensa suspense. 

Poi attimi di silenzio. Infine esultanza collettiva. Il Craquelé al negativo, nominato Maniera Bitto-Fochesato, ebbe la sua prima apparizione nel nostro mondo. Nel mondo dell’incisione.

(Questo qui sotto è lo slider, usalo per le sequenze di più immagini, laddove l'autore non ne ha indicato la posizione)

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