- Gina Venneri
- Dicembre 8, 2025
Tra il mare e la tomba. Border deaths e paesaggi funerari della semi-visibilità
«Tra il mare e la tomba. Border deaths e paesaggi funerari della semi-visibilità».
إِنَّا لِلّهِ وَإِنَّـا إِلَيْهِ رَاجِعونَ
Sura al-Baqarah (2:156)
[dalla lapide che decora la sepoltura di “Francesca Paola”, deceduta durante la strage di Cutro]
Paola, Calabria Citeriore. Arroccato su un’altura collinare, il cimitero comunale si impone come punto di riferimento visivo per chiunque oltrepassa il valico della Crocetta, in direzione costa tirrenica. La morfologia ondulata del territorio impone salite improvvise e discese inaspettate, mentre le sepolture, rincorrendosi, seguono l’andamento del pendio, quasi a riflettere la complessità delle storie che racchiudono. Avventurandosi nella vegetazione incolta e inciampando tra le pietre sbrecciate del fantasmatico chiostro del convento di Sant’Agostino, edificato nel XV secolo – attorno al quale sorge, appunto, il cimitero – si scorge una sola “presenza”: quella di una tra le più giovani vittime del naufragio avvenuto a Steccato di Cutro. La bambina, inizialmente identificata con il codice KR76F6, è sepolta con il nome di Francesca Paola, scelto in omaggio al santo patrono della città, Francesco – protettore di umili, invisibili, gente in cerca di riparo, santo dell’essenziale e del silenzio che apre i sentieri dell’acqua e lenisce le ferite del cuore – e a Paola stessa, terra che le ha offerto l’ultimo rifugio mondano. Come altri centri calabresi, Paola si rese luogo di approdo eterno per lə migrantə mortə durante la strage cutrese: così, ospita la piccola partita dalla Turchia, ma forse proveniente da Afghanistan o Iran, con gli occhi pieni di futuro e ignari del confine. Al momento dell’inumazione, due anni fa, la piccola bara bianca fu portata in spalla da alcune madri e la cerimonia coinvolse attivamente, quanto emotivamente, l’intera comunità. Oggi, la sepoltura riflette diversi paradossi sociali e politici. Benché dichiarato bene d’interesse culturale, il complesso di Sant’Agostino è abbandonato all’incuria, degradato, trascurato e la bimba giace accanto a “resti-urbani-di-esumazioni-ed-estumulazioni” ammassati in container tra le arcate – urbani (?) quindi rifiuti della città vivente, assimilati a materiali da smaltire, spia linguistica di disumanizzazione. La mancanza di manutenzione del chiostro rivela, a mio avviso, una negazione implicita del dovere di cura da parte della società e delle istituzioni. Ornata da peluche sgualciti dal tempo e qualche fiore artificiale, l’ultima dimora di Francesca Paola si fa dispositivo di riflessione, richiamando l’urgenza di tramandare davvero umanità e memoria. Una volta rincasata, ho pensato a tante cose: per esempio, che quella tomba fosse una maceria, espressione di semi-visibilità, più che un luogo di pace, piattaforma relazionale e impegno civico. Lì, tra l’erba alta, c’è una traccia vulnerabile di una storia che interessa a pochə. Ciò che in vita appare trascurabile si trasforma, in morte, in un’assenza assoluta. Mi sono anche chiesta se fosse stato giusto “cristianizzarla”. Ho ripensato, poi, alla sepoltura di Youssef Ali Kanneh, il neonato rinvenuto senza vita sulla spiaggia di Lampedusa nel novembre 2020. La sua tomba è distinta da un piccolo tumulo di terra ben visibile, conforme al rito islamico, che lascia intravedere l’idea di continuità con le sue radici. Non è isolata, non è ai margini: Youssef riposa accanto ad altrə, anche lampedusanə, nel cuore del cimitero. È, quindi, una sepoltura che parla di appartenenza a una casa, benché – forse – provvisoria. Sulla sua lapide è tracciato un disegno: una barca che regge un arcobaleno. Accanto, una citazione di Cesare Pavese, tratta da Il mestiere di vivere: «quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò». Le croci che circondano il tumulo, realizzate da Francesco Tuccio con il legno dei barconi naufragati, sono decorate con pesci e conchiglie, memorie del mare che inghiotte. E una targa ricorda che in quel cimitero riposano «musulmani e cattolici, vecchi e giovani, neri e bianchi, tutti migranti morti in mare in cerca della libertà». A Paola, invece, Francesca Paola riposa tra semi-visibilità e oblio: nonostante il chiostro sia aperto e accessibile a tuttə, rimane sostanzialmente sconosciuta, soprattutto a chi non è del posto, e quindi la visita avviene quasi esclusivamente perché si sceglie appositamente di recarvisi, come fosse un reparto speciale. Cosa vuol dire appartenere davvero a una comunità, e cosa succede a chi resta fuori dai suoi confini simbolici?
(Off-Topic, forse. La sepoltura “dellə stranierə”, sebbene non in contingenze simili, è sempre stato un problema. Fino al pieno Ottocento, in gran parte dell’Europa cattolica vigeva una rigida distinzione tra chi poteva essere sepoltə in terra consacrata e chi ne era esclusə. Protestantə, ortodossə, ebrəə, musulmanə venivano spesso consideratə infedeli e per questo non avevano diritto alla sepoltura nei cimiteri cittadini, che erano generalmente gestiti dalla Chiesa cattolica. In molte città portuali fu necessario creare aree specifiche, i cosiddetti cimiteri acattolici, situati fuori dalle mura o in luoghi marginali, spesso oggetto di controversie e resistenze. La presenza di questa tipologia di cimiteri, oggi, racconta non solo storie individuali di viaggiatorə, esulə e migrantə, ma anche una lunga storia di esclusione che interroga ancora il nostro rapporto con l’alterità e la morte).
Il fenomeno delle border deaths – decessi ai margini dell’Unione Europea – è al centro di una riflessione che intreccia geografia, antropologia e diritto. Come sottolinea Silvia Omenetto nel volume Migrazioni e (dis)continuità spaziale nella morte, la perdita della vita in migrazione comporta una frattura nello spazio dell’identità: il corpo muore lontano dalla propria comunità, spesso in condizioni estreme e senza possibilità di rimpatrio. Le salme, se non inghiottite dal mare, vengono sepolte nei cimiteri italiani, spesso in aree anonime e liminali. Il disconoscimento del diritto alla ritualità e le diseguaglianze nell’accesso alla sepoltura sono oggi manifestazioni concrete della marginalizzazione post mortem. Nel caso delle migrazioni forzate, i luoghi di sepoltura si caricano di un significato radicale: sono, infatti, segnati dall’assenza di rituali, dalla perdita dei nomi, dall’impossibilità di una memoria vissuta. Spesso le vittime di frontiera sono di fede musulmana, per cui la sepoltura rappresenta non solo un diritto religioso, ma anche un bisogno identitario profondamente radicato. I sepolcreti dovrebbero essere orientati verso La Mecca, come richiesto dalla normativa religiosa; i corpi dovrebbero essere inumati nella terra, poggiati sul fianco destro, con il volto sempre rivolto verso La Mecca; i feretri dovrebbero essere semplici, in legno tenero, senza decorazioni o fotografie. Le tombe, sobrie, dovrebbero recare il nome, le date di nascita e morte, e talvolta un versetto coranico. Le cerimonie funebri dovrebbero culminare con la preghiera collettiva e la gettata di terra sulla bara. La difficoltà a realizzare queste pratiche in Italia evidenzia una tensione non solo normativa, ma antropologica: l’inadeguatezza dello spazio pubblico nel riconoscere la pluralità delle morti. Le morti di migranti, come quelle di Cutro, sollevano interrogativi profondi sulla giustizia postuma, sulla discontinuità geografica della morte e sul diritto alla sepoltura secondo le proprie credenze. Esse non sono solo eventi tragici: sono cartografie dell’esclusione, tracce materiali di una cittadinanza incompiuta, che si estende oltre la vita. Secondo il decreto legislativo 285/90, art. 100, i comuni italiani possono istituire reparti separati nei cimiteri per persone di fede non cattolica. Tuttavia, l’assenza di un’intesa formale tra lo Stato italiano e le comunità islamiche rende l’applicazione di tale norma arbitraria e frammentaria. Ne derivano attese prolungate, trasferimenti forzati verso Roma o all’estero, e la costante violazione della libertà religiosa. Come denunciato da Yassine Lafram, presidente dell’UCOII – Unione delle Comunità Islamiche d’Italia –, nel 2023 le aree cimiteriali disponibili per i musulmani erano appena cinquanta, in un paese che ospita più di due milioni di fedeli all’Islam. Anche dove esistono, spesso le aree non sono attrezzate o risultano inaccessibili per assenza di personale. In Calabria, dove il tessuto sociale è storicamente segnato da una convivenza secolare tra culture diverse, l’assenza di una struttura regionale adeguata risulta ancora più inaccettabile. C’è Armo. Una piccola frazione di Reggio Calabria: nel 2016, quarantacinque corpi senza nome, recuperati in mare e sbarcati al porto della città, furono sepolti in quest’area. Grazie all’impegno di volontariə e associazioni vennero scavate fosse ordinate, ciascuna destinata a una persona sconosciuta, per restituire dignità a chi era statə privatə anche del diritto a essere ricordatə. Il sito è contraddistinto da semplici e disadorne lapidi in marmo. Un portale in costruzione, lasciato volutamente incompiuto, è stato eretto nel cimitero come simbolo di un viaggio interrotto. Nel 2023, altre ventuno vittime anonime del naufragio di Roccella Jonica sono state accolte in questo stesso campo. La memoria di queste persone continua a essere custodita e condivisa. In un contesto di cronica inadeguatezza, spicca l’iniziativa del comune di Marcellinara, in provincia di Catanzaro, che ha istituito nel proprio cimitero un’area separata per la sepoltura secondo rito islamico: la decisione nacque nell’immediatezza della tragedia di Cutro. Alla luce di tutto ciò, ci si chiede quale sia davvero il senso di questi luoghi. Testimonianze di amore collettivo o espressioni di un’esclusione che prosegue anche dopo la morte? Raramente segnalati, talvolta persino nascosti al nostro sguardo. È possibile che lo spazio del cimitero, nato per unire in una stessa geografia affettiva e memoriale, si trasformi invece in un dispositivo di separazione, dove le differenze continuano a contare anche quando i corpi non agiscono più? Non si tratta di seppellire, ma di riconoscere e accogliere, ma autenticamente. Non basta destinare una porzione di terra: serve interrogarsi sul valore di quella terra, sulla narrazione che la accompagna, sulla possibilità di renderla parte di un paesaggio condiviso. Ci sarà un tempo in cui “quei” cimiteri verranno raccontati, frequentati, inclusi nelle mappe? Oppure resteranno invisibili, vissuti solo dal vento e da pochi sguardi? In fondo, ogni cimitero è una domanda rivolta ai vivi. E quella che pongono i cosiddetti cimiteri dellə migrantə è forse la più impellente: come si deve ricordare e chi siamo, noi, se scegliamo di dimenticare?
Riferimenti bibliografici
De Leo, E. (2006). Paesaggi cimiteriali europei. Lastscape, realtà e tendenze, Roma. Di Cesare, D. (2017).
Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Torino. Omenetto, S. (2020).
Migrazioni e (dis)continuità spaziale nella morte. La gestione delle salme tra vecchie e nuove territorialità, Todi. Richter, D. (2010).
“Irrespect of Race and Religion. Cimiteri eterodossi in Italia”. In Territori di Cultura, 37, pp. 26–37. Hunter, A. (2016).
“Deathscapes in diaspora: contesting space and negotiating home in contexts of post-migration diversity”. In Social & Cultural Geography, 17, 2, pp. 247–261 Jassal, L.K (2015).
“Necromobilities: The Multi-sited Geographies of Death and Disposal in a Mobile World”. In Mobilities, 10, 3, pp. 486–509.
Sitografia
https://www.retisolidali.it/silvia-omenetto-sepolture-dei-migranti/
https://lavialibera.it/it-schede-1526-migranti_morti_naufragi_identificare_corpi
https://lavialibera.it/it-schede-1487-sicilia_cimitero_migranti_morti_senza_nome
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/a-lampedusa-c-e-il-cimitero-egli-invisibili

Freak flâneur affetta da iperattività immaginativa, Gina esplora universi visivi eccentrici e pratiche artistiche radicali. È dottoranda in Metodi e Metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica all’Università di Salerno e la sua ricerca indaga i processi di risignificazione che investono i cimiteri storici peninsulari. Ha collaborato con gallerie d’arte, enti del terzo settore e associazioni di promozione sociale, contribuendo all’ideazione e alla realizzazione di mostre collettive, eventi e progetti culturali.
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