La Sicilia non esiste. Per un'iconoclastia comunitaria
Da studente siciliano fuorisede catapultato dalla parte opposta dell’Italia rispetto alla mia città natale, ho iniziato a percepire la mia regione d’origine in modo diverso rispetto a prima. Quando ci vivevo l’Isola era per me una gabbia, un luogo di prigionia da cui evadere a ogni costo. Adesso che sono effettivamente andato a vivere in un’altra regione la questione si è complicata: l’idea che ho della Sicilia si è macchiata di un’idealizzazione che ne distorce i contorni, e l’essere siciliano in mezzo a persone provenienti da altre regioni ha spinto in me una vena di “patriottismo”, facendomi rivendicare le mie radici isolane, celebrando a ogni piè sospinto la mia identità culturale.
Ma, ripensandoci lucidamente il dubbio sovviene: quali sono i connotati di tale identità? Essa esiste veramente?
Nella nota finale del suo Conversazioni in Sicilia, Elio Vittorini tiene a precisare che:
Ad evitare equivoci o fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela.¹
Tale precisazione, a seguito del racconto in cui la Sicilia è descritta puntualmente e in modo così dettagliato da poter sembrare un itinerario, riporta il lettore a una realtà in cui l’Isola perde unicità, divenendo un luogo come gli altri scelto solo per il suono esotico del nome.
Paradossalmente nelle parole di Vittorini la Sicilia, invece di apparire come un luogo vero in cui il viaggio del protagonista si svolge, diventa invece una sorta di luogo potenziale, uno tra tante scenografie possibili. In una narrazione simile che spazio c’è per l’identità Siciliana e le sue peculiarità? Nessuno, a quanto pare, in quanto non conta il territorio così com’è, ma solo come viene idealizzato.
Il linguista Franco Lo Piparo in Sicilia isola continentale, nota come una lingua propriamente isolana totalmente aliena a quella italiana non esista, in quanto le differenze rintracciabili tra le due sono esigue, permettendo, per esempio, la perfetta comprensione di un testo medievale scritto in Sicilia, anche a chi vive “sul continente”. Nel corso del saggio Lo Piparo smonta l’idea di sicilianità come identità a sé, unica nel suo genere, ricorrendo alla questione linguistica come indicatore dello svelamento di tale menzogna.²
Una ricerca tale si può avanzare anche dal punto di vista delle immagini? Sì, soprattutto in una società postmediale come quella odierna, in cui il racconto visuale di un territorio è necessario alla “valorizzazione” di esso, influenzando, però, le vite degli abitanti del suddetto territorio.
Che idea si ha della Sicilia? Che immagini vengono in mente alle persone quando si nomina quel triangolo di terra?
Google Immagini è molto chiaro a riguardo: il mare è il soggetto principale dei primi risultati se si cercano foto inerenti alla Sicilia. Da ciò scaturisce una percezione dell’Isola come di luogo dal clima sempre più caldo in cui recarsi per godere del mare e del sole. Tale idea attira sicuramente sciami di turisti che da aprile a ottobre riempiono i grandi centri siciliani, alterando la vita di chi in Sicilia ci vive tutto l’anno. Tuttavia, una concezione simile esclude i territori dell’entroterra lontani dal mare, e che quindi restano fuori dal circuito turistico anche per la mancanza di una rete di mezzi pubblici sufficiente al loro raggiungimento.
È quindi necessario comprendere l’influenza che ha la narrazione visiva in un discorso simile. I social foraggiano una visione della Sicilia che di fatto non esiste, è finta, artefatta, creata ad hoc per i turisti che si aspettano di trovare un determinato prodotto. È l’eccesso di identità così ostentata a causare, paradossalmente, la perdita di identità. I luoghi dei centri cittadini si svuotano in favore di un prodotto da vendere al turista di passaggio, in modo che esso possa soddisfare le proprie voglie, in una dinamica di totale servilismo coloniale nei confronti del visitatore. Un paradosso identitario che non si risolve né nella lingua, a sentire Lo Piparo, né nelle immagini, che spingono tali idee anche in modo inconscio, introiettando tale visione e incoronandola come realtà.
Riconoscere una narrazione simile dell’identità siciliana significa accettare la visione imposta dall’esterno, che livella e rimodella l’idea del territorio per farne ciò che vuole, secondo un proprio disegno.
A mancare, quindi, sono le alternative a un’unica narrazione imposta. Giungono così stereotipi di tutti i tipi, portando un luogo del Meridione ad assomigliare a ogni altro. Ciò si risente, nel caso siciliano, nella costruzione visiva della narrazione, in cui una sedicente tradizione vive ormai sconnessa da chi in essa si dovrebbe riconoscere. Si propinano iconografie datate, meramente decorative e che hanno perso di valore ideologico per la loro mercificazione.
L’auspicio è quello della totale distruzione di certi simboli anacronistici e artefatti, in una rivolta iconoclasta che funga da spinta per la creazione di nuove icone, che rispecchino la complessità culturale e geografica della regione più grande d’Italia per superficie.
Quindi, se l’identità linguistica non esiste, e quella visiva è artefatta e ormai fuori tempo, dove si può ritrovare la specificità siciliana?
Una possibile risposta a tale smarrimento identitario (a patto che, visto quanto si è detto, un’identità sia mai esistita) potrebbe giacere nelle comunità e nel lavoro con esse. Progetti community specific o community oriented che siano partecipati veramente e duraturi nel loro impatto, possono rigenerare piccoli centri smarriti e sperduti.
Ad esempio, il SITU Festival ³, evento itinerante a cadenza annuale che sceglie un paese siciliano e crea per esso un programma di residenze artistiche, la cui restituzione avviene nei giorni di festival. Per il 2025, sesta edizione di SITU, si è scelto Ficarra (ME) come sede, animando il paese con un panel intenso tra talk e mostre. A colpire non è solo il respiro ampio del progetto, che abbraccia virtualmente tutta l’isola, ma la rete che crea tra diverse fondazioni e partner, instaurando rapporti umani e professionali che sono il cardine vero di una comunità. Gli abitanti dei paesi eletti non sono sullo sfondo, non subiscono passivamente “l’invasione” imposta di una sorta di élite culturale, ma entrano pienamente nei progetti. In questo modo si crea una narrazione collettiva, partecipata che non si richiude su sé stessa ma che invita le contaminazioni, creando connessioni necessarie tra la Sicilia e il continente senza dover costruire fisicamente un ponte.
In conclusione, se l’identità non è data dalla lingua o dalle immagini, spetta alle comunità il compito di costruirla, in modo da potersi riconoscere in qualcosa che sia attuale e racconti senza troppi fronzoli il territorio e chi ci abita.
(Questo qui sotto è lo slider, usalo per le sequenze di più immagini, laddove l'autore non ne ha indicato la posizione)
Note
¹ Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, nota finale.
² Franco Lo Piparo analizza la lingua siculoitaliana, così da lui definita, sin dalle attestazioni più antiche, mostrando, nell’avanzare del testo, come alcuni meccanismi linguistici portino a una sorta di pregiudizio verso la Sicilia. Nota come qualcosa di prettamente identitario come l’Opira dei Pupi sia recitata in lingua italiana, e solo alcuni personaggi meno nobili o “malvagi” usino il siciliano. Una dinamica simile di condizionamento è derivante dall’idea di minorità introiettata dai siciliani dai tempi dell’Unità in poi.
³ Pagina Instagram del SITU Festival: https://www.instagram.com/p/DPCGZcyjDWr/?img_index=2
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